Bevilo tu il tè giapponese, io preferisco ‘meditare’ con gusto.

Bevilo tu il tè giapponese, io preferisco ‘meditare’ con gusto.

 

AVVERTENZE PER LA LETTURA.

 

Il testo che segue va letto come lo leggerebbe un maestro zen, con molta calma. Indica esercizi di meditazione che non prevedono una particolare attività fisica, se non quella mandibolare e palatale per gustare i sapori; e neanche respiratoria, se non inspirare per arricchire l’olfatto.

 

Mi raccomando, però, impegnati ad arrivare fino in fondo – con molta calma – per sperimentare il Nirvana Nostrano, senza dover andare in Giappone o dover passare una giornata a bere del tè.

 

 

C’è rito e rito

 

 

Una mia amica mi ha detto che sta frequentando un corso per imparare a fare la cerimonia del tè giapponese. Racconta di un rito antichissimo che dura non meno di un’ora per preparare una tazza di tè, dedicando ogni attenzione ai gesti e a coloro che vi partecipano. Dalla preparazione minuziosa di ogni particolare al sorseggiamento del tè, per raggiungere uno stato di meditazione che ti dovrebbe mettere in pace con te stesso e con il mondo, quello ipercaffeinizzato.

 

Sinceramente l’argomento mi intriga, ma subito vengo sommerso dal pensiero che non potrei mai dedicare così tanto tempo ad un tè. E poi, per quanto l’Asia mi affascini molto, mi viene difficile immaginare che per trovare pace debba andare fino in Giappone, anche se la mia amica il corso lo sta facendo a Busto Arsizio.

 

Mi viene in mente, però, che anche noi abituati a mangiare seduti a tavola con pasta, carne, pesce, verdure, vino, dolci, frutta, caffè e ammazzacaffè, abbiamo i nostri riti; forse non gli dedichiamo la stessa attenzione meditativa; forse tanti gesti li compiamo abitudinariamente dandoli per scontati, senza nessun esotismo o esoterismo; forse, approfittando del momento conviviale, ci facciamo prendere dalle discussioni, trascurando quello stiamo mangiando; forse ci alziamo da tavola talmente satolli che può venire difficile qualsiasi tipo di elevazione.

 

Ma non mi arrendo, non posso andare in Giappone. Così cerco di reinterpretare la cerimonia del tè in chiave nostrana, pensando (minuziosamente) a tutti i dettagli che fanno parte di un pranzo gustato con calma, in un giorno festivo. Il livello di meditazione dovrebbe essere tale da permettere di passare dalla tavola al divano senza neanche accorgersene.

 

Il nostro rito potrebbe cominciare una domenica mattina, preparando alcune pietanze in modo tale che la casa si impregni di un profumo invitante, sia per chi si é appena svegliato sia per l’ospite che arriva da fuori.

 

La seconda fase è la preparazione della tavola. Si tira fuori la tovaglia più bella e fresca di bucato e, sventolandola da una parte all’altra del tavolo, la si adagia delicatamente, per poi accarezzarla distendendo le pieghe. Poi si posano i piatti per ogni posto designato: alla destra si appoggia il coltello con la lama rivolta verso il piatto, la forchetta a sinistra, il cucchiaio da dessert davanti al piatto con il manico da destra verso sinistra. Ora posizioniamo i bicchieri. Partendo dalla punta del coltello si posa il bicchiere per l’acqua, poi il calice per il vino che scegliamo a seconda di cosa mangiamo. A questo punto, senza andare nel giardino zen, facciamo un centro tavola con i fiori del nostro giardino – se c’è – o del balcone; alla malaparata con i fiori di campagna comprati al mercato.

 

Intanto si continua a cucinare e gli odori gareggiano tentando di prevalere uno sull’altro.

 

Quando è quasi ora del pranzo, prima che arrivino gli ospiti, si può fare una pausa dalla calma meditativa in cui ci eravamo immersi durante la preparazione e, urlando nei confronti di tutti i componenti familiari che sono persi ognuno nei loro insulsi affari, li sollecitiamo drasticamente a mettere a posto le ultime cose ammucchiandole tutte nella stanza dei misteri, dove non potrà entrare nessuno a salvaguardia della propria incolumità.

 

In questo frangente di tempo si può correre, urlare, menare e fare tutto ciò da cui, dopo uno sfogo tempestoso, possa sorgere un radioso arcobaleno che risplenda attraverso il sorriso che accoglierà gli ospiti, i quali, non accorgendosi di nulla, penseranno che la bravura nella cura dei dettagli dei padroni di casa dipenda dal tanto tempo che hanno da perdere. Se fanno dei complimenti intrisi di invidia non ci turbiamo, rimaniamo impassibili, poiché siamo già preparati a questa evenienza; semmai faremo in modo di diradare gli inviti fino ad estinguerli. L’importante è mantenere saldo il nostro centro di gravità, anche quando fatica a permanere.

 

Passiamo ai gesti della tavola. Ci serviamo prima l’acqua, almeno per non fare subito la figura dei beoni; poi serviamo il vino, prima a quelli che ci sono vicini e poi a noi; alziamo il calice, se è bianco prendendolo dallo stelo, se è rosso possiamo mettere la mano a coppa per scaldarlo, quindi li facciamo roteare entrambi, ma non tutti e due insieme – bisogna rimanere sobri, la meditazione deve mantenere desti.

 

Roteando il bicchiere, avviciniamo il naso senza bisogno di immergerlo dentro,  come ogni tanto capita di vedere, avendo cura di aver liberato precedentemente le narici, possibilmente prima di esserci seduti a tavola. Cerchiamo di percepirne il profumo e ci teniamo i commenti per noi, altrimenti finiamo per definire il retrogusto, senza averne capito il gusto che viene prima.

 

Intanto che aspettiamo che arrivi la pasta, piuttosto che rischiare di mangiarci i fiori del centro tavola, stacchiamo qualche grissino per contenere il tasso glicemico. Dopodiché possiamo tagliarci una fetta di salame posizionato sul tagliere al centro del tavolo, mentre pilucchiamo qualche oliva. Non necessariamente dobbiamo prevedere un antipasto, anche se questa scelta può essere oggetto di critica da parte degli invitati. Il salame, se siamo destrorsi, lo tagliamo tenendolo con la mano sinistra e con la destra; fissandolo accuratamente, facciamo avanti indietro con il coltello finchè non arriviamo a contatto con il tagliere – se siamo sinistrorsi, facciamo il contrario.

 

Precisazione per il lettore.

Nei passaggi seguenti non ripeterò più la faccenda dei destrorsi o sinistrorsi perché si presenterà continuamente, quindi ognuno si regoli secondo i propri usi. Io sono nato in un modo e educato in un altro, ma non me ne faccio un cruccio, perché te lo dovresti fare tu?

 

Prendiamo la fetta di salame e incidendo la pellicina circostante la srotoliamo finchè non viene via tutta. Un’annusata alla fetta di salame non è corretta ma è consentita, come per tutti gli altri piatti. Dobbiamo entrare in intimità con quello che mangiamo. Per le olive c’è il dilemma dei noccioli. Se non è stato previsto un piattino, non buttiamoli sotto il tavolo o nel piatto del vicino mentre è distratto, meglio metterli nel nostro. Quando sarà il momento della pasta, ci penserà qualcuno a cambiare il piatto.

 

Ecco allora che esordisce la pasta – per la nostra attività di meditazione, meglio gli spaghetti. Chi serve, porta a tavola la spaghettiera , meglio se di ceramica smaltata con colori mediterranei: è più consona con le origini di questo piatto. Per tirare su gli spaghetti e sporzionarli nei vari piatti si usano tutte e due le mani con un cucchiaio da una parte e una forchetta dall’altra, mentre un coadiuvante avvicina tutti i piatti. I primi serviti possono risultare più asciutti di sugo rispetto agli ultimi, perciò è meglio informarsi prima delle varie esigenze, oppure rimpinguare con il sugo che rimane in fondo alla spaghettiera i palati più sugosi.

 

Una volta nel piatto, prima di inforchettare gli spaghetti occorre cospargerli di formaggio stagionato, tipo: parmigiano, pecorino, caciocavallo o ricotta salata. Ci sono diversi modi di grattugiare il formaggio, alcuni anche più avanzati tecnologicamente, ma noi usiamo i due più tradizionali. Il primo, utilizzando la grattugia di acciaio; prendiamo il tozzo di formaggio con una mano, appoggiandolo sulla grattugia e poi lo strofiniamo su e giù finchè non abbiamo cosparso il piatto a nostro piacimento – mi raccomando, è il formaggio che deve fare su e giù e non la grattugia, anche se qualcuno potrebbe dire che dipende dai punti di vista. Per il maldestro che grattugia anche fuori dal piatto con disinvoltura, può raccoglierlo con il cucchiaio e riporlo sugli spaghetti. Il secondo modo è quello di utilizzare il formaggio precedentemente grattugiato, portato in tavola dentro un apposito contenitore detto formaggiera, presentata con un cucchiaino. In questo caso, con una mano si alza la formaggiera avvicinandola al piatto,  con l’altra si prende il cucchiaino tenendolo con pollice e medio, mentre l’indice dà dei colpetti sincopati elevandosi dal piatto fino all’altezza dello sterno, ma gli esibizionisti arrivano fino all’altezza del proprio naso. Mentre il formaggio scende sul piatto deve avere l’effetto di una nevicata.

 

Dopo il formaggio, ci possiamo mettere un po’ di pepe o peperoncino. Se optiamo per il peperoncino, lo usiamo già macinato, avendo cura di dosarlo adeguatamente per non rischiare di sentire fischiare le orecchie, gocciolare il naso, lacrimare vistosamente e infiammare la lingua e il palato. Il pepe è meno rischioso, ma non bisogna esagerare lo stesso. Usiamo assolutamente il macinapepe, quello classico in legno prodotto dalla Peugeot nella seconda metà dell’800  – proprio quella delle auto –, dopo che avevano già prodotto il macinacaffè.  Il macinapepe si impugna con una mano al centro e con l’altra sulla sommità rotante, allorchè facciamo girare la mano che impugna la parte centrale in senso antiorario e l’altra in senso orario.

 

Tutte queste operazioni non devono richiedere molto tempo, altrimenti alla prima forchettata che diamo agli spaghetti, rischiamo che vengano su con  tutto il piatto.

 

Quindi dedichiamoci agli spaghetti. Prendiamo l’estremità della forchetta con tre dita: pollice, indice e medio – le stesse che poi useremo per la scarpetta -, inforchettiamo gli spaghetti in base alla capacità dei quattro denti, eleviamo dal piatto quello che siamo riusciti a raccogliere e riscendiamo sul piatto senza lasciare gli spaghetti. Ora cominciamo a girare in senso orario, o anche anti orario, almeno per tre volte – qualcuno, distratto dalle chiacchiere, continua ad arrotolare inutilmente, piroettando la forchetta automaticamente se la discussione diventa concitata.

 

Dopo i giri utili, tiriamo su la forchetta con tutti gli spaghetti arrotolati per una quantità tale che non occorra spalancare la bocca e riempirla facendo gonfiare le guance a palloncino. Andiamo avanti così finchè non finiamo tutti gli spaghetti nel piatto. Se chi ha preparato è stato generoso con la quantità di salsa, ci da la possibilità di elevare il nostro spirito con il gesto più succulento che consacra la bontà del convivio: la scarpetta. Come annunciato si usano le tre dita pinzando un pezzetto di pane che si appoggia sulla salsa, facendolo strisciare  in senso orario per la metà della circonferenza del piatto; arrivati alla fine del mezzo giro, con un movimento del polso, sinuoso e repentino al contempo, quasi disegnando un’immaginaria esse, si raccoglie il sugo e si mette in bocca con tutto il pezzetto del pane. Questo è un momento mantrico, che richiede l’emissione sonora che fa vibrare l’universo: l’ “OM”, senza la O: il nostro più comune MMMMMMMMMMMMMMMMMM…

Ma non occorre farlo durare finchè non si rimane senza fiato, basta che il tono si alzi e scenda nell’arco di un secondo, due al massimo.

 

Dopo questo breve ma intenso momento catartico, pensiamo ad una seconda pietanza.

 

Le ricette potrebbero essere molteplici, ma a beneficio di questo nostro rituale scegliamo un pesce: un dentice al cartoccio sul letto di patate, pomodoro fresco e olive, profumato al timo.

 

Intanto partiamo dalla postura che dobbiamo assumere per dedicarci a gustare il dentice, che si presenta intero con tanto di testa, coda e lisca. Così da ricordarci che i pesci non sono solo dei filetti.

 

Siamo seduti con la schiena eretta e la testa leggermente protesa verso il piatto. All’apertura del cartoccio inspiriamo con il naso, lasciandoci estasiare dai profumi esalati dal pesce e tutti gli altri ingredienti. Ora prendiamo le posate: forchetta con una mano e coltello – meglio se da pesce – con l’altra, pinzandole con le solite tre dita. Cominciamo togliendo la pelle e le pinne sul dorso e le poniamo su un piatto vuoto vicino al nostro; facciamo un’incisione con il coltello al centro del dentice, dalle branchie alla coda, creando due filetti; li giriamo e li disponiamo ai lati del pesce. A questo punto vediamo la lisca intera attaccata ancora alla testa e alla coda; la stacchiamo leggermente dalla polpa adagiata sulle patate e poi la tiriamo su guardandola come la guarderebbe Gatto Silvestro; e anche questa la sistemiamo sul piatto delle lische.

 

Dopo queste operazioni, possiamo dedicarci a gustare il dentice con calma, a piccoli bocconi fino ad arrivare su quel letto di patate intrise dei suoi elisir.

 

I piatti principali li abbiamo assaporati, raggiungendo quel livello di soddisfazione che va tenuto in equilibrio per non degenerare nell’assopimento precoce. Per questo accantoniamo l’idea di farci deliziare da un dolce e passiamo alla frutta – il dolce lo potremo prendere poi con il caffè.

 

A differenza dei piatti cucinati che arrivano a tavola già belli e pronti, la frutta  bisogna prepararsela, occorre mondarla. Meglio se ognuno per proprio conto. Il gesto richiede particolare attenzione, ma dà altrettanta soddisfazione. Non tutti i frutti si mondano allo stesso modo, dipende dalla forma che hanno e da quanto ci si vuole sbizzarrire con coltello e forchetta. Ne scegliamo uno, in rappresentanza di tutti quelli tondi, che puliamo con mano e coltello, ed un altro per cui inevitabilmente dobbiamo utilizzare coltello e forchetta: arancia e fico d’india. La sfida e la soddisfazione nel mondare l’arancia è quella di creare con la buccia una spirale, che poi potrà essere seccata e utilizzata su una fonte di calore per espanderne il profumo. Quindi, prendiamo l’arancia con una mano e con l’altra, utilizzando un coltello affilato, tagliamo la sommità – quella del peduncolo – senza staccarla dal resto del corpo; man mano scendiamo roteando l’arancia, incidendola con la lama fino a creare una fettuccina di circa due centimetri; arrivati verso il fondo creiamo una spirale che deve rimanere integra con i due poli attaccati e identici. Per godere del risultato possiamo prendere la sommità e fare su e giù come uno yo-yo. Una volta mondata, infiliamo i pollici sull’estremità dove convergono gli spicchi e la apriamo in due, poi togliamo uno ad uno tutti gli spicchi e li assaporiamo. Se qualcuno sta combattendo con le difficoltà generate dal fico d’india, ne abbiamo compassione e gli porgiamo uno spicchio d’arancia, al massimo due, poiché deve continuare a concentrasi sul suo frutto.

 

Chi è all’opera con il fico d’india, anche se sta pensando che se proprio si doveva mangiare la frutta, potevano almeno optare per una bella macedonia, accetta con orgoglio la sfida di una situazione spinosa.

 

Allora, pinziamo il fico d’india con la forchetta; con il coltello tagliamo i due estremi, lasciandoli però attaccati alla parte di buccia che tocca il piatto; sempre con il coltello incidiamo la pancia del fico d’india da cima a fondo;  con le due posate dilatiamo la parte incisa fino a scoprire tutta la polpa del frutto. A questo punto, goduti nel sentirci come dei chirurghi che, all’uscita della sala operatoria, devono dare informazione ai parenti sull’esito dell’intervento, possiamo staccarlo con una mano e morderlo con rozza soddisfazione. Alternativamente lo tagliamo a dischetti per imboccarlo con la forchetta. Per stupire invece il resto dei commensali possiamo, dopo averlo tagliato a dischetti, ricoprirlo tirando su i lati e le estremità della buccia, richiudendolo sempre chirurgicamente; dopodiché lo passiamo alla persona a cui vogliamo dedicare una nostra particolare attenzione, che magari avrebbe preferito un fiore. Ma se apprezza, capiamo almeno che di spine non ne vuole sapere, però non disdegna certo la polpa.

 

Ci avviamo verso la fine. Prendiamo fiato. Mentre inspiriamo scivoliamo in avanti con le natiche adagiate sulla sedia e di conseguenza appoggiamo la schiena espirando. Ci rilassiamo aspettando il caffè. Rigorosamente con la moka.

 

Quando la caffettiera sul fornello acceso comincia a borbottare e infine a sbuffare, rilasciando l’aroma ad aleggiare, è il segno che può essere servito. Le tazzine vuote sono già sul tavolo, e anche la zuccheriera. Il cerimoniere  avvicina a sè la caffettiera, alza lentamente il coperchio e si fa invadere dall’aroma che esala, mentre, socchiudendo gli occhi, sposta la testa dal basso verso l’alto come per accompagnare il vapore che sale. Ora prende un cucchiaino lungo e rimesta il caffè dentro la caffettiera per amalgamare il primo uscito con l’ultimo; toglie il cucchiaino dando due colpetti sul bordo della caffettiera per non farlo gocciolare e lo appoggia su un piattino vuoto; richiude altrettanto lentamente il coperchio. E’ il momento di versare nelle tazzine. Il cerimoniere prende, con le solite tre dita di una mano, la caffettiera per il manico sporgendo il beccuccio verso il centro della tazzina vuota. Se non sa dove mettere l’altra mano ha due opzioni: la prima è di tenere le dita – indice e medio – appoggiate sul pirulino al centro del coperchio; la seconda è di prendere, questa volta con le altre tre dita, il piattino su cui è posizionata la tazzina, avvicinandola al beccuccio della caffettiera. In tutti i casi un cerimoniere abile, mentre versa il caffè allontana la caffettiera dalla tazzina fino a riempirla, gioendo per lo scorrere lento di quel filo di liquido nero e caldo. A condizione che centri la tazzina.

 

Ognuno avvicina la sua tazzina di caffè e vi versa lo zucchero a piacimento. Si comincia a girare il cucchiaino nella tazza, finchè non si è sicuri che lo zucchero sia sciolto,  ma senza distrarsi, continuando a girare inutilmente, proprio come per gli spaghetti.  E se ci si fa prendere dalle discussioni di fine pasto, i giri non finiscono più fino a far raffreddare il caffè, per poi lamentarsi che è arrivato freddo. A questo punto alziamo la tazzina dall’apposito manico e appoggiandovi le labbra sorseggiamo il nostro caffè, ma senza inspirare con la bocca per evitare il rumore di risucchio che potrebbe sì, dare soddisfazione ma risultare poco gradevole per gli altri. Nel frattempo inspiriamo con il naso, così godiamo anche dell’aroma. Possiamo anche farci accompagnare da un cioccolatino o un biscottino, ma senza inzupparlo come a colazione.

 

Finiamo con gli ammazzacaffè, solitamente grappe e liquori. Ma un vino passito può conciliare meglio la nostra elevazione spirituale, che completeremo scivolando, di soppiatto, direttamente su una poltrona o un divano. Se qualcuno abbozza alla conversazione, facciamo capire che è ben accetta, ma più tardi. Ora chiudiamo gli occhi ma senza addormentarci. Chi si addormenta verrà scoperto e dileggiato dagli altri per i segni inconfutabili del sonno breve, ma profondo: russata, orecchio bordò o guancia segnata dal filo di saliva fuoriuscito per il cedimento dei muscoli del collo.

 

Rimane la speranza che anche gli altri commensali siano nella stessa condizione, che si può prevenire invitando i più resistenti a vedere la formula 1 in televisione. Non resiste nessuno, è a prova di Buddha.

 

Tutto questo rito ha la durata di almeno tre ore, che impegna tutti i nostri sensi e i nostri organi. Magari questi ultimi sono un po’ più impegnati rispetto al rito del tè, ma l’impareggiabile appagamento sensoriale può compensare abbondantemente il lavoro degli organi, altrimenti… che ce li abbiamo a fare?!

 

Ho proposto alla mia amica di Busto Arsizio di invitarla una domenica a pranzo, ma lei mi ha detto che accetta solo se prima vado da lei a bere un tè. Una vera amica.

 

Dal mio  libro: IL BUON MANGIARE

 

 

 

11 commenti to Bevilo tu il tè giapponese, io preferisco ‘meditare’ con gusto.

  1. ma se fossi un chirurgo, quanti tomi scriveresti per descrivere una tonsillectomia? (ammesso che se ne facciano ancora!)
    devo però confessare che mentre “meditavo” sulla tua meditazione, sorseggiavo una tazza di …tè verde….preparato con la bustina…ma non dirlo alla tua amica, neh?
    un abbraccio

  2. FANTASTICO LEGGERE LE TUE PAROLE…..MA ANCHE CON UN BUON BICCHIERE DI PASSITO O DI MUFFATO , ACCOCCOLATO IN POLTRONA IN COMPAGNIA DI UN PECORINO DI FOSSA….CHE MEDITAZIONE!!!!!!

    A PRESTO

    BRUNO

    • D’accordissimo, Bruno! L’importante è che il pecorino non prenda il telecomando in mano e cambi canale, mentre ti guardi una puntata di Lineaverde dedicata al pecorino sardo. 🙂
      Grazie mille e a presto
      Renato

  3. Ogni Paese ha la sua cultura e ogni cultura i suoi cibi e la sua cucina. Quello che conta secondo me è sempre l’Amore. L’Amore che si mette a prepararlo il cibo, a cucinarlo, a servirlo e a gustarlo. Quindi concordo con te caro Renato! Si può meditare in tanti modi. Il grande maestro zen Thich Nhat Hanh raccomanda sempre di non allontanarsi dalle proprie radici; ciò che conta è la consapevolezza.
    Scrive: “Quando lavi la tua ciotola, lavala come se fosse il Buddha bambino.” E voilà! Amore, attenzione, presenza mentale.
    Buon appetito a tutti!

    • Grazie Rosella, è sempre l’Amore che fa la differenza… e anche i piedi per terra… radicati.
      Un carissimo saluto e a presto
      Renato

  4. Sono d’accordo: è l’amore per i commensali che ci fa preparare con armonia le pietanze. Io mi pregusto i pranzi e le cene conviviali prima, quando penso al menu che si accordi con i loro gusti e, avendo molti amici, cerco di ricordarmi di ognuno le preferenze o le “intolleranze”, che poi secondo me sono la ribellione del corpo a qualcosa che suscita remote emozioni negative. Scelgo ricette che non richiedano tanto lavoro all’ultimo momento per poter stare a tavola con gli altri, e non tutto il tempo in cucina, altrimenti la padrona di casa si trasforma in Cenerentola: mi godo con loro la cerimonia del condividere, che diventa armoniosa se io sono rilassata. Naturalmente è preferibile una bella tavola imbandita e tutti seduti, anziché in piedi con piattini in bilico e bicchieri che rischiano continuamente di rovesciarsi. La padrona di casa che ama i suoi ospiti orienterà la conversazione affinché non si trattino argomenti “indigesti”. alla fine brindisi con auguri di salute e felicità.

  5. OM….. OM….. OM…..
    basiti dalla Tua “verve”….siamo rimasti senza parole !!!!
    OM…..OM…….OM….
    ma ci hai fatto sbellicare dalle risate !
    Domane è domenica…..e provvederemo a mettere in pratica
    Ciao
    Anna pierluigi

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