Globo m’inglobo… Un viaggio sensoriale tra i banchi del mercato di Porta Palazzo

Globo m’inglobo… Un viaggio sensoriale tra i banchi del mercato di Porta Palazzo

 

 

Globo m’inglobo

 

Colori: tanti, diversi, luminosi.

Suoni: urla, brusii, sussurri.

Odori: freschi, acri, fragranti, aromatici.

Sapori: unici e molteplici.

Siamo al mercato. Potremmo essere alla Boqueria di Barcellona, alla Vucciria di Palermo o in qualunque suk del mediterraneo. Ma siamo a Torino. Porta Palazzo. Il più grande mercato all’aperto d’Europa.

È qui che, recandomi una volta la settimana, foraggio i sensi, le idee, le relazioni: spicce, semplici, forse anche interessate, ma autentiche.

È un viaggio dentro un microcosmo che ingloba tutto. Una sintesi. Un concentrato.

Comincio a girovagare tra i banchi. A perdermi. Cerco di sgrovigliare gli innumerevoli stimoli sensoriali, che mi tocca riordinare per poterli cogliere e trovare spunti per i miei piatti. Piatti per il mio ristorante.

 

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Trovo il banco di legumi e frutta secca. Ha di tutto: dalla lenticchia di Castelluccio ai fagioli messicani, dai lupini allo zenzero, dall’uva passa ai datteri. Lo gestisce un calabro-leghista che si chiama Santo, ma si fa chiamare Sandro. È piccolo, scuro e grassottello, mentre il suo aiutante, Aziz, è un tunisino biondo alto e magro. Le clienti maghrebine si rivolgono ad Aziz in Italiano e a Santo/Sandro in arabo. Ma a lui non pesa, ce l’ha di più con i meridionali.

In compenso, a un banco di frutta vicino, ci pensa Fatma a pareggiare eventuali malintesi. Infatti, quando chiedo ad Aziz l’origine di Fatma, stupito dal suo impeccabile italiano, mi dice: “ Ma chi, Carmela? Quella è di Manfredonia. Porta il velo e ha cambiato nome perché è sposata in seconde nozze con un tunisino.”

“Quindi, il primo era un italiano e non ha funzionato. E poi…”

Subito vengo interrotto da Aziz: “Ma no, che dici, il primo era un marocchino, la tua paesana si è appassionata a noi.”

“Ah beh, allora…” concludo, mentre lui se la ride con Sandro, non sapendo cos’altro aggiungere.

 

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Più avanti scorgo, sul suo banco mobile rialzato dalle ruote gommate, Concetta, appostata come una vedetta a prua della sua nave. Appena mi avvicino, mi sporge un mestolo di olive grosse come nespole: sono le cerignolane.

“Che fai, non ti fai più vedere? Allora, cosa ti do? Mi è arrivato un baccalà speciale…” mi dice, praticamente, una settimana sì e una no.

Dietro di lei c’è sua madre che vende lampascioni, lumache, finocchietto selvatico e tenerumi.

Non faccio in tempo a girarmi che Teresa mi propone, mentre Franca da un altro banco le urla: “Mi raccomando, trattalo bene, è un mio cliente!”  “Te li pulisco un po’ di carciofi? Prendili che stanno finendo”.

È da un mese che me lo dice, e tutte le settimane continuano ad esserci i carciofi. Ma io li prendo lo stesso. Chi te lo fa un servizio del genere?

 

In un banco di fronte, c’è una signora anziana con un cappellino peruviano e i lineamenti della nonna di Cappuccetto Rosso. È coadiuvata dal figlio e dal nipote che urla in continuazione, giustificandosi che la nonna non sente. In realtà mi sembra che faccia finta, e con un filo di voce continua a impartire ordini a tutti e due.

 

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Mentre mi sposto dalla piazza principale, uscendo, passo attraverso una serie di banchi che sono un mercato nel mercato. Cinque banchi: la mamma con quattro figli. Tutti maschi, somiglianze indistinguibili e gole possenti. Intanto che urlano per bandire la merce, urlano per prendere in giro i colleghi e urlano per sostenere, come gran parte dei meridionali a Torino, la Juve contro i maghrebini che tifano invece Milan o Inter.

 

Di sicuro non il Toro, a cui ci pensano i piemontesi, quelli della tettoia liberty, dove possono vendere solo i contadini, che infatti arrivano dalle campagne di tutta la provincia di Torino. Qui, c’è meno rumore. I contadini, si sa, parlano poco. L’unico a movimentare la tettoia è Roberto, uno dei più giovani e gioviali. Vende erbe aromatiche, comprese le ortiche e la borragine.

“Da me trovi tutte le erbe, tranne l’asis e la mariagiuana, quella la trovi di là nella piazza, ma la sera” proclama quando lo stuzzico sulle varietà che coltiva lui.

In autunno e inverno, stagioni in cui le erbette scarseggiano, espone zucche e cavoli di vari tipi e dimensioni, con i quali confeziona minestroni già pronti. Un chilo a un euro e cinquanta. Altro che i minestroni del famoso capitano, quelli duri e freddi.

 

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Molte contadine anzianotte coltivano anche un  po’ di barbetta e baffetti, e hanno mani con dita nodose che, quando è stagione, si confondo con i topinambur.

Una nota di eleganza è invece concessa dalla signora Luisa, che vende uova di ogni qualità e specie: gallina, quaglia, oca, faraona. La signora Luisa è sobria, ma con qualche tocco civettuolo, evidenziato dai colori dell’abbigliamento, dal trucco e dalle acconciature stravaganti.

 

I clienti della tettoia sono, per una grossa fetta, piemontesi, benestanti e natural-chic, che difficilmente vanno nella piazza principale, più frequentata da meridionali di prima generazione, marocchini, rumeni, peruviani, filippini, centrafricani… e non si offendano quelli che non ho citato.

 

Nella tettoia coperta, quella cosiddetta dell’orologio, ci sono le carni, i salumi, i formaggi, il pane, il caffè, la pasticceria.

Anche qui i commercianti si sono avvicendati seguendo i flussi d’immigrazione. Così troviamo il vecchio formaggiaio e le sorelle cotonate che vendono pasta fresca e semolini, quali baluardi di una minoranza autoctona; meridionali di prima, seconda e terza generazione imparentati tra di loro e distribuiti in più banchi, in forma lobbistico-familiare.

Maurizio, il mio macellaio di fiducia, è figlio di un siciliano e una calabrese, e si è sposato con Loredana, che invece è figlia di un pugliese che parla piemontese e di una campana. Entrambi hanno i banchi poco distanti l’uno dall’altro, insieme a quelli di altri parenti, più prossimi o allargati.

Nei banchi di macelleria, tra gli immigrati recenti, la presenza più massiccia è quella dei rumeni, anche se molti hanno il nome italianizzato. Il garzone di Maurizio infatti si fa chiamare Marcello, ma chissà come si chiama veramente.

Sia italiani che rumeni vendono anche specialità rumene, perché buona parte dei clienti, infatti, sono rumeni. Si sa: “Il commercio è commercio”.

 

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Nella piazza grande c’è un’altra tettoia, quella del pesce. Qui urlano tutti e fanno a gara a chi urla più forte e con più fantasia. Essendo i banchi uno adiacente all’altro, devono escogitare ogni mezzo per attirare i clienti. Per l’appunto stanno al di qua del loro bancone, in mezzo al pubblico. A volte, quando ci sono pesci di grandi dimensioni, come pesce spada e tonni, li stendono in mezzo al passaggio esibiti come trofei di pesca.

Cataldo, il pescivendolo da cui mi fornisco, parla solo pugliese, anche con i cinesi. E si capiscono pure. Quando non, gli dice: “ ‘a fess de soret,  o vu ‘o scont?” il cinese capisce l’ultima parola e trovano un punto di incontro.

 

Nella bottega marocchina vado a comprare spezie e semole di grano. Vengo accolto dalla confusione ordinata di un piccolo bazar ricco di colori e profumato dalle varietà di spezie presentate in bella mostra.

In mezzo ad altri clienti, probabilmente perché ci entrano pochi italiani, o per il mio colorito più simile a loro che a quelli della tettoia, il “mercante” mi si rivolge in arabo.

Al mio accenno di sorriso, intuisce subito che non ho capito nulla.

“Oh, sgusa, di avevo scambiado ber un fradello!”

“ E che problema c’è? Siamo tutti fratelli. E se non fratelli, di sicuro cugini. Se poi andiamo a vedere, io e te siamo nati quasi alla stessa distanza da qui.”

Intanto, di sottofondo, si sentono delle litanie musicate. Quando gli chiedo di cosa si tratta, mi risponde: “Breghiere, le ascolto ber radio mendre lavoro,  mi rilasso. Mi bassa il nervoso. Berché du non asgoldi le breghiere, fradello?” 

 “Ah, anche voi avete una specie di Radio Maria?!?” gli rispondo come se lui sapesse cos’è.

“Gome?”   

“Niente! Mi dai un chilo di burgul, del coriandolo e un po’ di cumino?”

 

Appena uscito, trovo un coloratissimo gazebo che mi fa venire in mente che lì, invece, Radio Maria potrebbero ascoltarla, in quanto è presidiato da due suore salesiane: Black & White, come le chiamano tutti. Suor Julieta arriva dal Mozambico, mentre suor Paola è calabro-piemontese. Le due sorelle, oramai quasi siamesi, praticano la loro missione in simbiosi,  non facendo ascoltare Radio Maria, ma prestando aiuto a tutte le donne che lo chiedono presentandosi al gazebo. Così organizzano, in una casa nei pressi del mercato, corsi d’italiano, di taglio e cucito e di economia domestica. Le frequentanti sono perlopiù magrebine, nigeriane, egiziane e peruviane a cui non è richiesto nulla, neanche di condividere la Croce, anche se è ben presente sul petto delle suore.

Black & White, coadiuvate da volontarie che prestano il loro servizio ricevendo in cambio l’amicizia delle donne, coinvolgono nelle loro iniziative molti commercianti della zona, compreso un gelataio che, proponendo tanti gusti diversi, sa bene cosa vuol dire tenerne insieme più di uno in bilico su un cono.

Al supermarket cinese, vado a prendere spezie e radici che non trovo da nessuna parte. Il signor Chang ha un’unica espressione del viso e non risponde volentieri alle domande del tipo: “Dove trovo il lemon grass?”

“In mezzo alle altle cose” mi risponde senza alzare lo sguardo.

Il negozio è frequentato, in gran parte, da sudamericani e africani che comprano tapioca, manioca, banane platano e birra, ma Moretti. Questi clienti, troppo coloriti e chiassosi per le aspettative del signor Chang; mettono continuamente alla prova la sua pazienza, chiedendogli scanzonati quanto costa ogni cosa e lo sconto.

Lui risponde tra i denti: “I plezzi sono segnati e non si fale sconti”, mentre mi guarda cercando approvazione, come a dire: hai visto con che razza di gente abbiamo a che fare?!

Nel frattempo entra la giovane figlia con un gruppo di amici, anche loro cinesi, dalle acconciature estreme, parlando tra di loro in italiano.

 

A Porta Palazzo anche i controlli di polizia sono MULTI. Girano delle squadre formate da: carabinieri, poliziotti, alpini e vigili urbani. La varietà è ancora più arricchita dal fatto che ci sono anche le alpine, e che, insieme agli alpini, in molti casi arrivano dalle regioni del centro-sud. E magari da località di mare.

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Il mio piccolo giro del mondo settimanale per adesso finisce qui. Un viaggio, che non è esotico e soprattutto non è un racconto che finisce ma comincia. Comincia anche da me. Il mio pezzetto nel mercato della vita, in tutto il suo assortimento. Che finchè rimarrà tale, continuerà a rinnovare e a mantenere fresca la sua mercanzia.

Tratto dal mio libro IL BUON MANGIARE

Se vuoi vedere il video, clicca qui!

 

Con i miei saluti…

Renato Collodoro

3 commenti to Globo m’inglobo… Un viaggio sensoriale tra i banchi del mercato di Porta Palazzo

  1. Buongiorno, un’altra delle tue dalla toque blanche! Lo sai che mi inviti a nozze con una proposta del genere…io modesto “cuciniere” trovo un gran piacere prima di mettermi ai fornelli, nel fare spesa! Mi rilassa più che un giro per Via Montenapoleone a Milano, ammesso che possa essere piacevole per chi ama essere all’ultima moda. Tra le ricchezze della mia città, San Benedetto del Tronto per gli Amici del blog e di Renato, c’è la possibilità di intrattenersi con il vecchio contadinello che mentre ti raccoglie le verdure dal suo orto, lo segui durante il solco e ti racconta ed insegna tante cose. Lo stesso spostandomi al porto, i vecchi pescatori che hanno navigato in tutti gli oceani hanno tante di quelle cose da raccontarmi mentre panocchie, anghiò, panocchie a 3 casche(scampi), suri, rospi, la mazzolina, lu’ pesce ragno, lo scorfano e la vocc’ncape completano la mia spesa prima di mettermi ai fornelli.
    Ovviamente gli Amici di Renato sono anche miei Amici, vi aspetto per il brodetto alla sambenedettese…a lovely day!

    • Caro Luigi, grazie per questo tuo bel contributo. Dalle persone più autentiche e umili, abbiamo solo da imparare. Basta saperli ascoltare e far risuonare le loro parole, come i suoni che la natura produce e trasforma.
      Il tuo invito per il brodetto è molto allettante. L’ultima volta che mi ha invitato per le acciughe, lo sai che sono partito. Quindi… chissà per il brodetto ;).
      Un abbraccio
      Renato

  2. conosco Porta Palazzo quando vado a trovare mio figlio mi porta, lui conosce tutti e fa sempre li la spesa. Quando organizzerai qualcosa alla Tenuta Castello o ad Alassio spero di poter venire
    ciao Anna (900)

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