Il Buon mangiare regala sorrisi e pozzi d’acqua in Etiopia

Il Buon mangiare regala sorrisi e pozzi d’acqua in Etiopia

L’arte culinaria ha radici millenarie. Il cibo con le sue forme, i suoi profumi, ha ispirato molti poeti. Basti pensare ad Archestrato di Gela, vissuto nella seconda metà del IV secolo a.C. , il quale intorno al 330 scrisse Hedypatheia: un poema sull’arte gastronomica.

Archestrato racconta dei suoi lunghi viaggi alla ricerca delle migliori vivande e dei vini più pregiati, della loro produzione e conservazione; tratta anche del pane, dei pesci, della selvaggina. Molti sono i poeti che hanno trovato nel cibo la propria musa ispiratrice. Solo per fare qualche esempio: Ode al pomodoro di Pablo Neruda;Sonetto al vino di Jorge Luis Borges. Ma l’elenco non finisce qui. Il cibo, dunque, visto come mezzo per parlare di emozioni, sensazioni, situazioni. La cucina è sempre stata un tripudio di odori, sapori, colori; uno scrigno di tradizioni; un tesoro da custodire e tramandare con passione e amore. La cucina è poesia, arte e c’è chi ha fatto di questa arte un inno alla vita. Stiamo parlando di Renato Collodoro (nella foto durante l’intervista), gelese di nascita e torinese di adozione, il quale ha intrapreso casualmente la sua attività di ristoratore, diventando anche scrittore e benefattore.

L’ultimo libro Il buon mangiare, pubblicato nel 2014, è stato presentato il 15 ottobre scorso all’ex chiesetta San Biagio. L’incontro culturale è stato organizzato dal collezionista Franco Pardo, che ne ha curato i minimi dettagli. Presente l’autore, la serata è stata condotta daFranco Città, anche lui autore di pubblicazioni di contenuti gastronomici. Biagio Pardo ha letto alcuni stralci del libro. E’ intervenuto anche l’assessore alla Cultura, arch. Franco Salinitro, che si è complimentato con l’ospite, auspicando collaborazioni future.

Presenti anche gli anziani genitori di Renato, la signora Concettina e il signor Gaetano Collodoro, visibilmente orgogliosi del figlio.

Nel pomeriggio l’intervista a Renato Collodoro nella redazione del nostro giornale.

– Come vive il rapporto-distacco con la sua città?

«Probabilmente un distacco non c’è mai stato perché attraverso la mia famiglia, il legame con la città è sempre stato vissuto con una certa intensità sotto ogni aspetto. È stato un fondamento che ci ha mantenuti saldi nella nostra identità. Il problema che hanno purtroppo molti emigrati è quello di perdere l’aspetto identitario e questo crea tante sofferenze. Il fatto di avere un forte legame ti dà delle sicurezze e forse aiuta ad accettare anche l’identità degli altri. Probabilmente se mi fossi “addomesticato”, avrei meno accettato la differenza, perché ognuno cerca di omologare l’altro. Questo ormai lo vediamo tutti i giorni e di certo non porterà benefici, anche e soprattutto a livello globale».

– Non le piace usare la parola “cibo”. Non a caso il titolo del suo libro è “Il buon mangiare”. Perché?

«Io uso “mangiare” al sostantivo. Non uso mai la parola “cibo” perché è diventata l’emblema della globalizzazione omologata che non è una cosa bella. Questo termine si è diffuso da quando si parla di “food”. Noi abbiamo una cultura del mangiare che non dobbiamo farcela raccontare da nessuno, tanto meno da chi usa la parola “food”. Altre lingue di origine latina, tuttora utilizzano il termine Il mangiare al sostantivo:le manger, francese, la comida , spagnolo. Parlare di cibo è diventato di moda, abusandone sotto tutti i punti di vista. Gli argomenti trattati nel libro sono in controtendenza a tutto quello che passa in televisione, che allontana dalla cultura alimentare, familiare e identitaria. Non a caso, le pagine del libro sono di carta paglia, la carta con cui anticamente si avvolgevano gli alimenti. Il 99% della cucina di alto valore, richiama antiche tradizioni. La cucina moderna è frutto di una lunga evoluzione che ha origini lontane; quella siciliana è una delle più antiche del mondo: una sintesi di varie culture e civiltà che si sono concentrate proprio nella nostra terra. La cucina non è quella artefatta. Il rispetto della materia prima è importante; dietro c’è l’uomo, la natura. La cucina nasce dal recupero, valore importante che si è perso col tempo. Dovremmo lavorare con coscienza, andare alla ricerca dei sapori perduti e recuperare la nostra identità».

– Spieghiamo com’è strutturato il libro e di cosa parla.

«Nel libro racconto di vita. Il pretesto è il mangiare perché è la cosa che conosciamo tutti e in qualche modo ci accomuna. In ogni pagina, ci sono delle persone, dei sentimenti; tanti aspetti, ad esempio: la differenza tra semplicità e banalità, che la gente confonde. Tante volte una cosa semplice si tende a considerarla banale, oppure si tende a banalizzare cose che invece hanno un alto valore. In ogni pagina viene sviscerato l’aspetto umano attraverso il mangiare. In un capitolo del mio libro La filosofia del minestrone affronto due argomenti importanti: l’educazione e l’integrazione. Il mondo si fa sempre più piccolo, ma c’è sempre più paura. In un altro, in cui parlo del mercato di Porta Palazzo, il più grande mercato all’aperto di Europa: un crogiuolo di identità, culture e odori, ho raccontato i vari processi immigratori che ci sono stati, evidenziando la ricchezza delle diversità, perché la omologazione non genera nulla di positivo. Un altro capitolo è dedicato al valore del sorriso: non costa nulla e fa tanto bene».

– Com’è nata la passione per la ristorazione e come ha capito che sarebbe stata la sua strada?

«Mi è capitato. Ho una passione per la vita che si traduce in quello che faccio. Ho frequentato la scuola alberghiera, indirizzo amministrazione, perché mi intrigavano le materie e la possibilità di studiare le lingue. Inoltre non mi piacevano i settori tecnici-industriali. Nella mia vita ho fatto di tutto. Ho “ristorato” sotto diversi aspetti: dal primo bar-ristorante-pizzeria-paninoteca-circolo, al locale stile american graffiti; un discobar; un bistrot, una sfizeria. A 30 anni avevo già un bambino e ho avuto una visione. Volevo riaffermare la mia identità attraverso il lavoro che facevo, così mi sono inventato un’osteria mediterranea a Torino. Ho fatto un lavoro filologico, ricercando tutto quello che poteva rappresentare il mediterraneo, la sua cultura: non solo quello che si porta a tavola, ma curando anche l’ambientazione, l’atmosfera, le musiche.  È stato un percorso difficile: questo tipo di ristorazione concettuale tuttora non viene capita. Poi ho aperto un ristorante a base di riso. Anche lì, ho effettuato studi, ricerche; ho curato l’ambientazione. Un concetto di ristorazione che ho espresso prima a Desana, in provincia di Vercelli, per una famiglia di produttori di riso. Poi ho replicato anche a Torino. I miei locali sono dei racconti. Da noi si vive un’esperienza».

– Ristoratore, scrittore e benefattore. Com’è nato questo connubio?

«Sentivo di dover dare sempre più un senso e valore alla mia attività. Il fatto stesso di essere un emigrato, sei fuori dagli schemi. Ti ritrovi in un contesto in cui continuamente devi cercare di farti vedere dalle persone diverso da quello che loro si aspettano, perché ti riconoscono, sempre, attraverso un cliché, per paura e ignoranza: la somma delle due cose è devastante. Non ho mai cercato di omologarmi, ma di affermarmi senza essere né aggressivo né invasivo, dando il più possibile dignità a questo lavoro, inventando qualcosa di inaspettato per la maggior parte del pubblico. Così nel 2009 ho iniziato ad organizzare delle cene, inviando una newsletter a tutti i contatti. Normalmente partecipano dalle 50 alle 70 persone.  È gente più disparata. Tutto il ricavato viene devoluto all’iniziativa individuata. La gente che partecipa, non solo contribuisce, ma lavora molto sull’aspetto conviviale, interagendo e confrontandosi su diversi temi, sociali culturali e religiosi, scelti di volta in volta. Nel 2011, con le somme raccolte, abbiamo contribuito alla realizzazione di pozzi d’acqua in Etiopia. Abbiamo costruito anche scuole e cisterne d’acqua per un carcere. Tutto questo grazie alla collaborazione del segretariato cattolico di Adigrat che opera nella regione del Tigray, all’associazione Vol’a e alla fondazione Butterfly».

– Perché ha deciso di devolvere anche l’incasso del libro?

«L’idea è nata per caso. Nel libro parlo tanto del valore che ha il buon mangiare, ma c’è chi non ha da mangiare. Così ho pensato di parlare proprio di loro, dando un segno reale, tangibile. La scrittura è uno strumento. Il fine è la persona. Trovo fastidioso quando qualsiasi forma di espressione diventa autoreferenziale. Se non c’è la relazione, la ricerca dell’incontro, del dialogo, la comprensione, non si può parlare di cultura. Anche le cose non fatte ad opera d’arte, ma che arrivano alle persone, in qualche modo, hanno un valore culturale. Altre cose fatte benissimo, ma che rimangono asettiche, fredde, chiuse in se stesse, non hanno un valore. La partecipazione alle cene e l’acquisto del libro possono essere una buona occasione per dare il proprio contributo ad un importante progetto di solidarietà e per gustare non solo i sapori della mia cucina, ma altri “ingredienti ” che danno ancora più sapore alla vita».

– Progetti futuri?

«Nel 2016 uscirà il terzo libro. Non si parlerà di mangiare. È una raccolta di storie normali per gente normale».

– Ha mai pensato di realizzare qualcosa a Gela?

«Mi piacerebbe fare qualcosa per la città di Gela, anche non professionalmente: lo farei volentieri. Mi piacerebbe anche l’idea di realizzare un pozzo d’acqua partendo da Gela: un città che sa cosa vuol dire vivere un problema, che si mostra sensibile verso chi quel problema lo vive in modo più cruento. In Etiopia il tasso di mortalità infantile è molto alto. La maggior parte dei bambini muore prima dei 6 anni. L’acqua è il punto dal quale partire, perché se c’è l’acqua si possono creare sistemi di irrigazione migliorando l’attività agricola. I bambini che normalmente vengono utilizzati per andare a prendere l’acqua, percorrendo chilometri, possono andare a scuola. È una scelta preventiva che tende a non far nascere problemi. Le cose si fanno con energia, con l’anima, con l’affetto, l’amore e la passione, per il bene comune. Ritengo Gela un’isola nell’isola. È come se ci fosse un cerino un po’ inumidito che ha solo bisogno di essere scaldato per prendere fuoco. Vedo che c’è una spinta. È anche vero che ci si è adagiati nella sciatteria, nella pigrizia. La gente tende un po’ ad appiattirsi, ma questo succede dappertutto. La quantità di giovani che ci sono qui è difficile da trovare in giro. Io mi sento molto più a mio agio con i giovani e non quelli della mia età perché stanno in quella fascia di mezzo che si è imborghesita, sono più disincantati, freddi, distaccati e al contempo molto più impreparati alla vita che stiamo vivendo. Cercano di rappresentarla con degli atteggiamenti, ma non l’hanno capita. Con un giovane, è diverso».

– Un sogno nel cassetto che vorrebbe realizzare?

«Cerco di vivere sognando. Vivo la vita ogni giorno come un sogno. Tutte le volte che mi viene in mente qualcosa, cerco sempre di realizzarla».

[Crediti] http://www.corrieredigela.com/  25 Ottobre 2015 di Lucrezia Ferro

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