L’Acqua che non fa ruggine… per la Giornata Mondiale dell’acqua

L’Acqua che non fa ruggine… per la Giornata Mondiale dell’acqua

Etiopia-3

Per l’occasione di questa giornata, vi invito a leggere un capitolo del mio libro IL BUON MANGIARE, ricordando che chi l’acquista contribuisce alla realizzazione di un POZZO D’ACQUA IN ETIOPIA. Buona lettura

 

“Vorrei dell’acqua minerale” chiesi ad un oste francese, dopo aver ordinato da mangiare, tanti anni fa, nel suo bistrot collocato sulla strada di montagna che molti più anni prima aveva percorso Napoleone per entrare in Italia.

 

“De l’eau!” mi rispose ostentatamente in francese, guardandomi come se stavolta fossi io a voler invadere la Francia.

“Oui, de l’eau minerale!” ribattei. Come a dire: “Non sono qui per ricambiare la cortesia che ci fece a suo tempo il tuo famoso compatriota, ma per mangiare e possibilmente bere.”

“De l’eau!!” incalza l’oste.

“Eau mineral!” rimpallo io, senza capire cosa voleva dirmi.

“Oh, les italiens… De l’eau!!!” ribadisce stizzito, indicandomi una cascata d’acqua che si intravedeva dalla finestra del bistrot.

Stavolta era lui che con lo sguardo mi stava dicendo tante cose poco carine e molto francesi, del tipo: “Solo voi italiani siete capaci di chiedere l’acqua minerale in bottiglia, in montagna e vicini ad una cascata. Qui da noi l’acqua è fresca, genuina e non la facciamo pagare. E tu, me romp le bal con la tua eau minerale che facciamo pagare uno sproposito.”

Per il resto del viaggio, in Francia, ordinai sempre de l’eau e non la pagai mai. E quando attraversai la Manica, per andare in Inghilterra, neanche lì facevano pagare la water, anche se era sempre del rubinetto. Ma lo capii subito, così mi evitai di farmi dire da un oste inglese: “Don’t break my balls with your mineral water!”

 

“Assabininidica Zì, me lo dà un bicchiere d’acqua?” sentii chiedere da un ragazzino ad un signore dietro al banco di un bar di Piazza Armerina, dove avevo fatto sosta dopo aver visitato la famosa Villa Romana del Casale. Quel signore non era suo zio, ma in Sicilia, nei paesi, alle persone adulte gli si dà dello zio come segno di rispetto. Il ragazzino era particolarmente accaldato, imbracciava un pallone ed era accompagnato da un amico di pari età, perciò la richiesta del bicchiere d’acqua diventò doppia. Il barista, senza particolare attenzione e gentilezza, prese una bottiglia d’acqua e riempì due bicchieri grandi. I ragazzi se li scolarono in un sorso, e ne chiesero subito altri due, come i cowboy nei saloon. Il barista, sempre senza fare una piega, gli riempì di nuovo i bicchieri, e loro se li tracannarono.

“Quant’è, zì” gli chiesero.

“Nent’, l’acqua non zi paga. Si mi la dumannate, è picchì aviti siti”

“Gazie, Zì. Quanto costano le caramelle?”

“Due euro” risponde il barista, mentre uno dei ragazzini si guarda in mano è trova solo un euro.

“E le patatine, quanto costano, zì?”

“Un euro e cinquanta!”

“Un cornetto?”
“Uno e venti! Con un euro, nenti c’è. L’acqua vi spetta, ma i vizi… pagare ve li dovete. U capisti?”

“Sì, zì. Assabininidica.

 

Nel 2010, mia moglie ed io siamo stati in Etiopia con un’associazione benefica per inaugurare dei pozzi d’acqua che abbiamo contribuito a realizzare.

Durante il viaggio di partenza, mi sentivo molto impacciato nei panni del benefattore che va in Africa a fare il pieno di belle emozioni e di buoni sentimenti.

I primi giorni riesco a stemperare il disagio, perché facciamo i turisti, visitando dei luoghi favolosamente inaspettati. Poi, però, arriva il momento dell’inaugurazione del primo pozzo.

Quando, dopo ore di viaggio sulle jeep, approdiamo in un villaggio, è già tutto pronto. Chissà da quante ore ci aspettano. Gli uomini e i ragazzi ci vengono incontro danzando e cantando a ritmo di tamburi, tenendo in mano rami di albero, bandiere o arnesi da lavoro; le donne ci avvicinano emettendo un suono con il movimento della lingua e tirandoci addosso pop-corn che fanno loro con il poco grano turco che coltivano nell’orto. Considerandolo un alimento eccezionale, da festa, lo usano per renderci onore e ospitalità.

I bambini si avvicinano, prima timidamente e poi sempre più affabili con scambi di battute, fotografie e sorrisi che non finirebbero mai.

Intanto che gli organizzatori approntano i particolari della cerimonia, Marina, una dei responsabili, inaspettatamente mi dice che quello è il nostro pozzo. Rimango del tutto spiazzato, in quanto pensavo che il nostro contributo andasse al progetto dei pozzi, non ad uno specifico, addirittura intitolato a noi. Sono disorientato, non so più cosa pensare, guardo Daniela per ritrovare la bussola, ma non riesce a dirmi nulla perché ha il nodo in gola e gli occhi velati.

Intanto si avvicinano le donne con le taniche gialle da riempire e Daniela ed io veniamo invitati a pompare per fare uscire il primo, atteso flusso d’acqua.

Sarà perché siamo su un altopiano a quasi tremila metri, o perché quell’emozione da cui cercavo di rifuggire ha prevalso, ma anche il mio cuore comincia a pompare forte, come se avesse intuito, oltre i miei pensieri razionali, che non è solo questione di soldi, di braccia, di acqua, ma di vita stessa. Il cuore ha annichilito la mente e anche il mio corpo diventa più leggero.

Dopo questa breve cerimonia veniamo accompagnati, al passo di danza, verso una tenda. La mia testa, a questo punto, penso di averla lasciata sulla jeep, così prendo una bandiera etiope che aveva in mano uno degli uomini del villaggio e mi butto anch’io nel corteo danzante. Intanto Daniela corre verso la Jeep per riprendermi la testa e metterla al solito posto, cioè sul collo.

Dentro la tenda ci viene servito da mangiare ogni bene, che con i loro poveri mezzi riescono a preparare. Infine ci sono i discorsi ufficiali. Ognuno fa la sua parte: i sostenitori, gli organizzatori, i coordinatori, ma soprattutto il capo del villaggio, che, con un carisma da fare invidia ai più qualificati leader occidentali formati nelle migliori università, ci ringrazia con passione e ci spiega quanto bene riesca a generare la presenza del pozzo, ricordandoci che ci sono altri villaggi nelle vicinanze che hanno le loro stesse necessità e, se ci sarà possibile, di pensare anche a loro.

“Sarebbe bello che dicessi qualcosa anche tu” mi dice Marina.

Mentre la guardo perplesso, arriva Daniela con la mia testa. La posiziono e penso: “Ahia, ci risiamo, mi tocca fare la parte del benefattore. Io, tutto fiero del ‘mio’ pozzo e loro, poverini, attingono alla mia fonte… No, meglio lasciar perdere.”

Ma un po’ di riposo alla mia capoccia deve avergli fatto bene, così mi viene in mente che anche nella città in cui sono nato manca sempre l’acqua, e che anche i miei anziani genitori riempiono, quando ci ritornano, le taniche d’acqua per fare scorta nei giorni della settimana in cui i rubinetti sfiatano desolati. Mi vengono in mente i racconti di mio padre, quando da bambino, scalzo come i bambini che adesso ho davanti, si vide rifiutare da un campiere, durante la raccolta del grano – sotto il sole che indora la Sicilia – un sorso d’acqua da una brocca; che lui rimase mortificato, ma che suo cugino lo riscattò subito rompendo, con una pietra tirata da una fionda, la brocca di “quel grandissimo cornuto del campiere”.

L’acqua, o la sua mancanza, mi torna così familiare e anche la terra dove mi trovo. Mi sento un po’ africano, e un po’ più fratello, piuttosto che benefattore. Ora posso parlare, posso dire la mia, guardando tutti più serenamente negli occhi, perché quanto sto dando, tanto sto ricevendo.

Alla fine della cerimonia, ci salutiamo e veniamo riaccompagnati alle jeep, sempre a passo di danza, mentre i miei pensieri ricominciano a correre, tornano a casa ma più ricchi, con la convinzione che la solidarietà non può essere un semplice spostamento di denaro, elargito per più e disparati motivi. La solidarietà va costruita, condivisa, vissuta. Bisogna passarla di mano in mano, guardandosi negli occhi, altrimenti è elemosina che crea sudditanza, invidia e poi rabbia, che scatena tensioni e malesseri.

 

Con questa idea, nel nostro ristorante, periodicamente organizziamo delle cene, invitando le persone a mangiare, chiacchierare su un tema e versare liberamente la cifra che desiderano. Quello che ricaviamo lo giriamo interamente all’associazione VO.L’A, che con l’associazione Butterfly portano avanti questi progetti.

 

E con la stessa idea rendo partecipe anche te, perché comprando questo libro hai contribuito alla realizzazione di un pozzo d’acqua in Etiopia.

Così, oltre ad aver mangiato e bevuto insieme attraverso queste pagine, sempre insieme facciamo mangiare e bere qualcun Altro.

 

Dal libro IL BUON MANGIARE

di Renato Collodoro

 

Per acquistarlo… http://www.buonmangiare.net/il-buon-mangiare/

Se vuoi fare una piccola donazione… http://www.buonmangiare.net/solidarieta/

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