Il Servo che Serve

Il Servo che Serve

 

Il Servo che Serve

 A che serve servire se il servizio non serve?

A chi servi se non servi a chi gli serve?

 

Il gioco di parole può confondere, come può essere confusa e interpretata la parola servizio. L’unica cosa certa è che c’è chi lo dà e chi lo riceve, ma con uno spazio più affollato dai riceventi, che fa rima con potenti. Infatti, quando riceviamo un servizio, specialmente se è buono, ci sentiamo tutti più soddisfatti, forti e valorizzati,  quindi potenti. Che non è una malattia, dipende sempre dall’uso che se ne fa, del potere. Di sicuro un cattivo uso è già quello di non riconoscere chi ti ha dato questo benessere e pensare di beneficiarne per un supposto diritto, per un ruolo, un titolo, una divisa, eccetera.  Allora sì, che il potere diventa una malattia, e anche epidemica. E se il servizio soccombe si ammala anche lui, cambiando  pelle per diventare servilismo.

 

Quando cominciai a fare questo lavoro, dopo il primo anno di scuola alberghiera, mia madre, vedendomi con il grembiule servire ai tavoli del dehor di un bar, si turbò; lo riteneva umiliante. In un modo o in un altro ho sempre dovuto misurarmi, sia con me stesso che con gli altri, con questa miope visione del servire. Ma con me ho fatto in fretta a superarla. Ho cominciato a prenderne coscienza quando i clienti mi lasciavano la mancia, che non è prevista da nessun contratto, né darla né riceverla. Anzi, mi capitava che il datore di lavoro non fosse contento di me, e suo malgrado mi dovesse dare lo stipendio, mentre lo erano i clienti che spontaneamente mi davano la mancia per dimostrare la loro soddisfazione e il riconoscimento della bontà del servizio ricevuto. Non è tanto, ma è una misura. E aiuta.

Ma non sempre va così. Una volta, in un grande albergo in cui lavoravo,  il maitre diede un tavolo del mio rango – così si definisce una parte della sala ristorante – alla famiglia di un noto stilista, che dell’ignoranza e dell’arroganza ne aveva fatto uno stile di vita. Quando capirono che il mio servizio era tutt’altro che docilmente servile, si fecero cambiare di rango, affidandosi ad un cameriere, sedicente comunista – così si riteneva durante le nostre discussioni a tavola prima del servizio, quando rivendicava i diritti dei lavoratori nei confronti del padrone, ovviamente in sua assenza – il quale era ben contento di accoglierli, perché a suo dire lasciavano laute mance, soprassedendo sulla schiavitù che doveva subire. In barba a Marx, Lenin… e,

barba a parte, pure a Mao Tse-tung.

 

Il primo e più importante servizio che diamo e riceviamo da quando esistiamo passa senz’altro attraverso il mangiare, a cominciare dalla mamma che allatta il neonato. Forse questo è uno dei simboli più forti di servizio offerto con amore, che è la fonte del servizio.

La mamma ama il suo bambino, ama il gesto di allattarlo, ama il suo latte che sgorga dal seno. E il bambino così cresce forte, potente.

 

Anche a tavola si continua con lo stesso verso, che sia a casa o al ristorante. E non ha importanza se il servizio è gratuito o a pagamento, l’unica cosa che fa la differenza è sempre l’amore. Infatti non è raro vedere beneficenze sciatte e prestazioni professionali amorevoli, anche se le beneficenze amorevoli e le prestazioni professionali sciatte si danno spesso per scontate.

 

Chi serve con amore sa ascoltare, si mette nei panni di chi ha davanti, vuole il suo bene e gode della sua soddisfazione.

 

Chi serve con amore sa guardare negli occhi, sa porgere e ama ciò che porge, perché è ciò che lui vorrebbe ricevere.

 

Chi serve con amore non pensa a ciò che dovrà ricevere in cambio, sta già ricevendo. Quello che verrà sarà di più e ben accetto, sarà il motivo per ringraziare a sua volta.

 

Chi serve con amore non si vergogna, non ha paura di mostrarsi piccolo di fronte a chi riceve e a chi è imprigionato dalle convenzioni.

 

Chi serve con amore sente la stanchezza, ma riesce a superarla; si dispiace quando non riceve riconoscenza, ma non si avvilisce; soffre per chi non lo condivide, ma non perde la speranza; s’incazza ma al primo spiraglio torna a sorridere.

 

Chi serve con amore non pensa di essere il migliore e di offrire il meglio, ci spera. Anche se sa quello che deve fare, sa che non può improvvisare, e se qualcosa va male, accetta l’errore, si scusa, sorride e cerca una soluzione.

 

Chi serve con amore, serve prima gli ultimi e a chi si deve rispetto e riconoscenza.

 

Chi serve con amore non risponde a un dovere, ma ad una scelta.

 

Chi serve con amore non vuole dimostrare o affermare, ma incontrare.

 

Chi serve con amore ha il vero potere, quello di fare stare bene gli altri,

con o senza conto da pagare.

 

Dal mio libro IL BUON MANGIARE

 

 

33 commenti to Il Servo che Serve

  1. Faccio la cameriera in una pizzeria. È iniziato tutto con la semplice idea di guadagnare qualche soldo essendo ancora studente. Lavorando però mi sono resa conto che servire arricchisce molto se fatto con piacere. Amo ricevere risposte cordiali, sorrisi, sguardi complici e perché no, qualche mancia. Ma tutto questo perché trasmetto la positività in ogni gesto che compio e questo il cliente vero lo coglie fin da subito.

    • Ti ringrazio tanto per la tua bella condivisione, cara collega Chiara.
      Continua così, che se anche cambierai lavoro, questa esperienza te la porterai per tutta la vita.
      Renato

  2. Mai come in questo periodo il ‘servizio’ diventa parte importantissima nella gestione di un locale pubblico,le tue parole dovrebbero essere affisse in ogni ristorante,bar,ecc,ecc,in modo che ogni individuo che abbia contatti con la clientela sappia come operare,lavoro nella ristorazione,e diverse volte mi capita di trovarmi di fronte personale senza professionalità ed entusiasmo,e mi rendo conto che al contrario quando trovo persone preparate e con la voglia di fare anche il cibo che portano in tavola sembra più buono.

    • Grazie della condivisione, Mauro. Oggi i servizi aumentano sempre di più e contestualmente anche i disservizi (in tutti gli ambiti).Quando prestai il mio ‘servizio’ militare nei carabinieri, si diceva di ‘essere in servizio’ nel caso in cui si usciva per operare a servizio della comunità.
      Poi c’è chi confonde il servizio con il potere o l’insignificanza.
      Alla prossima
      Renato

  3. Carto Renato,
    condivido in pieno il tuo pensiero e le tue riflessioni. Lo faccio mio, pensando di avere sempre portato avant questo modo di approcciarsi agli Altri in tutte le situazioni lavorative e non che ho sperimentato nella mia vita sin da quando ci conoscemmo ormai molti anni orsono.
    Grazie per ricordare e farmi ricordare gli aspetti importanti della vita attraverso le tue pillole che mi paiono sempre di grande saggezza ed ispirazione.
    Un abbraccio e a presto.

    • Hai ragione, Daniela, non è facile. Ma noi ci proviamo e qualche volta ci riusciamo. Dipende anche da chi ci troviamo davanti.
      Grazie e a presto
      Renato

  4. “Chi serve con amore ha il vero potere, quello di fare star bene gli altri”.

    Ecco, direi che in questa riflessione è ben riassunta la filosofia della Mezzaluna, che è un luogo dove si sta veramente molto molto bene, a proprio agio, dove si viene accolti e trattati come qualcosa di più che semplici ‘clienti’.

    Buona giornata, Renato, e grazie per le tue sempre belle riflessioni.

    • Grazie Chiara, anche se entrando nella tua Bottega del Ferro del Borgo medievale si respira una bella e calda accoglienza.
      un abbraccio
      Renato

  5. qualche allusione per caso?😉
    Comunque servire è cercare davvero di fare il bene dell’altro e non piegarsi ai suoi voleri o capricci.
    Certo che quando si svolge un lavoro di servizio può essere spesso difficile, ma allora la responsabilità ricade sul “servito”, perchè il rapporto non è mai a senso unico e….chi è causa del suo mal, etc, etc, etc
    un abbraccio e a presto

    ooops, scusa, ho visto dopo che c’era un link da aprire per leggere il tuo pensiero e ti ho risposto di getto….sai com’è…l’età….i riflessi….

  6. Ognuno serve, in un modo o nell’altro, consapevolmente o no, nel proprio lavoro, nella famiglia o nella comunità. È più bello farlo con consapevolezza,cercando solo la soddisfazione del servire nel modo migliore, sapendo che chi riceve ne beneficerà senza, necessariamente darcene riconoscimento, anche se questo è per me, a volte, risulta l’aspetto più difficile.

  7. Non sono del mestiere e dunque parlo da “cliente”, anzichè da collega.
    Secondo me un buon servizio contribuisce in buona parte a dar valore a un locale. Chi serve i clienti in fondo è la “faccia” e la voce del locale, quindi è sua la responsabilità – prima ancora che della cucina o di altri aspetti altrettanto fondamentali, ma più “nascosti” nelle retrovie, – di “far star bene” gli ospiti e di accoglierli come si deve.
    Servire bene, a mio parere, è un mestiere MOLTO difficile, fatto di cordialità, professionalità, cortesia, fermezza, buon gusto, un pizzico di psicologia e molte altre cose, compreso un po’ di talento. Come tutte le professioni a contatto con il pubblico, richiede anche “passione” per i rapporti personali e molta empatia. Insomma, un sacco di qualità!!
    Che si possono trovare (o non trovare) ovunque.
    Intendo dire che secondo me, da cliente, il “buon servizio” è indipendente dal “livello” del locale. Ci può essere un ottimo servizio in una trattoria di campagna e un pessimo servizio in un ristorante stellato, trovo. A seconda dei locali, variano ovviamente le modalità e varia il livello di aspettativa, ma i crismi del “buon servizio” restano gli stessi ovunque.

    Concludo dicendo che, se è vero che come dice Mauro (Pascottini) in questa pagina, è sempre più frequente trovare personale che serve “senza entusiasmo” e senza professionalità, nei ristoranti e nei locali, è anche vero che anche tra i “clienti” il livello di educazione e buon gusto è significativamente diminuito, secondo me. Mi capita spesso di vedere, nei ristoranti di quasi ogni livello, avventori maleducati, scortesi o semplicemente rompiballe oltre il necessario e apprezzare la professionalità dei camerieri che anzichè girargli in testa il piatto e cacciarli a pedate dal locale (come istintivamente farei io), sopportano stoicamente senza mai perdere la calma.
    Vedo anche sguardi sempre più stupiti, nei gruppi di amici o colleghi, quando alzandomi da un tavolo, se ho avuto un buon servizio, lascio una mancia “buona pratica” questa, che io ho imparato dai miei genitori come modo per “ringraziare” chi ha lavorato per me e riconoscere la sua capacità, ma che ho l’impressione sia ormai sempre meno diffusa in Italia (è così o è una mia impressione?) 🙂

    Un ultimissima cosa (si vede che la questione mi interessa?): vedo che qui il servizio è inteso soprattutto come “servizio al tavolo”, ma io – che di mestiere faccio il consulente, fornisco ugualmente un “servizio” ai miei clienti. Per il quale valgono, secondo me, tutte le cose che ho scritto finora (es: la capacità di instaurare un buon rapporto con il cliente contribuisce molto a dare “valore” alla mia consulenza, un buon servizio è indipendente dal livello dell’azienda o del consulente che lo fornisce, ecc.)
    Potrei andare avanti per altre due ore a riflettere sul tema, ma siccome ho pietà di voi, mi fermo qui. (era ora, direte!)

    Cordiali saluti.

    • Grazie per l’appassionato contributo di cui, come puoi immaginare, condivido ogni ogni parola. Comunque io non mi riferivo solo al servizio a tavola, ma son partito da questo come pretesto per estendere il concetto a tutto il resto (che fa pure rima). Il tuo lavoro di consulente è l’emblema contemporaneo di come tante attività economiche si siano spostate sui servizi, che in tutti gli ambiti richiedono le stesse peculiarità… Cambia la forma, ma la sostanza rimane la stessa. Tuttavia esistono dei buoni servizi camuffati da parole e paroloni (spesso in inglese), strumenti consolidati e aggiungo io standardizzati e appiattiti che pur dando il servizio, questo non corrisponde alle esigenze, ai piaceri e gli interessi di chi ne dovrebbe beneficiare. In una parola, manca L’ASCOLTO. E nel tuo settore, sono sicuro che me lo confermerai, ci sono grandi campioni che difettano di questa preziosa risorsa. Tutti hanno la ricetta pronta e fatta, che viene data indipendentemente dai tanti fattori che ASCOLTANDO, favorirebbero la migliore soddisfazione adatta alla persona, non genericamente alla gente, ai pazienti, ai clienti, agli utenti, ai cittadini… e aggiungici tutte le categorie sociali che ti vengono in mente.
      Ti ringrazio di avermi stimolato ad aggiungere questa cosa che mi sta a cuore: L’ASCOLTO!!

    • Condivido il fatto che “servizio” si presta a varie attività: penso al mio lavoro di consulente informatico ma anche al volontariato; entrambi da fare al meglio indipendentemente se il primo ti permette di portare la pagnotta a casa e l’altro di rinfrancare lo spirito.

  8. Ciao Renato,
    bellissima riflessione.
    Io non c’entro con i ristoranti ed affini, però servo da mangiare anche io facendo parte dell’AVO (Associazione Volontari Ospedalieri) e mi sono trovata molto nelle parole che hai scritto.
    Chi serve con amore e senza pensare ad un tornaconto, riceve già, anche se non lo vede, più di quanto possa immaginare.
    Attaccherò la tua bella lettera nell’ufficio dove le mie “colleghe” possano leggere e condividere.
    Grazie!
    Nadia

    • Grazie Nadia, mi commuovi! Sarebbe bello diffonderlo anche tra i vostri assistiti, perché spesso il BENE viene dato per scontato.
      Un abbraccio
      Renato

  9. Renato, mi vedo obbligato ad acquistare anche “Il buon mangiare” per leggere il resto delle tue dissertazioni. Ho letto Tantumanité e sono fiducioso nel fatto che sarà una piacevole lettura. Aprofitterò di qualche prossima cena benefica o maratona “ridente” (= col riso al dente?) ;))
    Buon tutto.

  10. Grazie Renato per i tuoi spunti…sempre importanti, apparentemente semplici ma profondamente intensi, delicate alla lettura ma che ti colpiscono dritto al cuore…come il tuo modo di essere “oste”, come i tuoi ristoranti, come sei tu…grandissimo amico nostro!

  11. Ciao Renato!
    sono anch’io in fase di assestamento. Appena riesco passo da te a prendere il tuo libro.
    Continua così!
    Margherita

  12. Parole d’ordine: DIGNITA’ e GENTILEZZA AMOREVOLE.
    Laddove troviamo queste qualità, troviamo un Servizio ma non un servo.
    E se queste due caratteristiche si diffondessero come una meravigliosa epidemia…che mondo splendido potremmo costruire!!!
    Diamoci dentro col contagio! ☺
    Sempre bello sapere che esistono persone che hanno ancora voglia di condividere bei pensieri. Un caro saluto

  13. dal 1982 sono titolare di un’attività commerciale, potrei mai dissentire da ciò che hai scritto, e rispecchia totalmente il mio modo di affrontare ogni giornata con i miei clienti abituali e non, taluni dei gran signori, tal’altri da accomodare seguendoli un po’ di più, gli indecisi che si aspettano consigli da me, i frettolosi che si dimenticano di salutare, e talvolta anche il resto…Ogni giorno faccio tesoro di ogni cosa che accade per migliorarmi sempre un po’ di più, perchè c’è sempre da imparare e questo mi porta ad iniziare ogni giornata lavorativa con entusiasmo e la volontà di fare sempre meglio.
    Grazie Renato per le tue riflessioni sempre gradite.

  14. Nel suo libro “I cinque inviti”Frank Ostaseski,buddista zen fondatore di uno Zen Hospice negli Stati Uniti,dove si accompagnano alla morte gli incurabili,quelli soli,raccolti per strada,i disperati,fa un’importante differenza tra AIUTARE e SERVIRE. Dice che nell’aiuto c’è il riconoscere nell’altro una mancanza, un’inferiorità a cui poniamo rimedio con qualcosa che noi abbiamo e lui no. L’aiutare crea nell’altro un debito. Nel servire invece c’è uno scambio, si dà e si riceve, su un piano di parità. Nel servire c’è anche la nostra difficoltà, c’è la nostra debolezza, c’è il nostro bisogno. Che si incontra con la difficoltà, con la debolezza, con il bisogno dell’altro per cercare di camminare insieme. Grazie a Renato e a tutti quelli che servono con amore.

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