«In queste pagine, non troverai nulla di avventuroso, epico o straordinario, nulla di inquietante o torbido, non ci sono insegnamenti né pretese. Sono storie semplici che cercano di raccontare il buono e il bello che ci può essere nella vita ordinaria, quella di tutti i giorni, quella del lavoro, della famiglia, degli amici, di una vacanza, di una passeggiata, quella di incontri più o meno casuali in luoghi più o meno usuali».

Se queste storie possono essere Buone per te, come lo sono per me che le ho raccontate, sappi che diventeranno ancora più Buone per qualcun Altro…, perché con i proventi di questo libro realizzeremo un altro pozzo d’acqua in Etiopia.

 

 

 

 

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6 Commenti a Tantumanitè

  1. ROXANA MI HA SCRITTO

    Un libro semplicemente bellissimo! Devo ammettere che l’ho letto con il magone, e non perché io sia una persona tanto emotiva ma perché il contenuto è emozionante,vero,semplice e pieno di particolari, particolari che non tutti riescono a vedere! Speravo quasi che non finisse COMPLIMENTI!!!! Lo consiglio vivamente!!!!

  2. GIANNI GALLO MI HA SCRITTO

    8 gennaio 2016 ·

    Giunti oramai al terzo libro ( il quarto se si conta il primo storico familiare non pubblicato), si dovrebbe aver detto quasi tutto di un Autore, quasi appunto…Ancor più degli altri precedenti, “Tantumanitè” ha la capacità di evocare emozioni, dove “evocare” più che suggestione della memoria è un far apparire , come per virtù magica, immagini con colori, suoni, odori e sensazioni…
    E’ senz’altro compito del lettore far apparire le immagini nella propria mente, ma è lo scrittore che suggerisce, e “Tantumanitè” lo fa in ogni pagina, dando voce alle parole, le quali rimangono nella mente anche dopo aver chiuso il libro, accompagnando come gocce di ricordo che diventano piccole perle di saggezza…
    Inoltre la terza opera in tempi relativamente brevi rassicura della prolificità di Renato scrittore, infatti nonostante un libro prezioso sia da rileggere più volte ( io continuo a farlo con Guareschi, Orengo e Biamonti, ed ora con Collodoro…) resta comunque come una persona a cui si vuole bene, più ce ne sono meglio è…
    Infine , con l’orgoglio di essere sempre tra i primi lettori, ho quasi terminato la prima lettura del libro, trovando immutato piacere per quelle storie che già si trovavano nei miei ricordi come per quelle che incontravo per la prima volta, ricevendo ancora Spunti di Vita da chi ne considero da sempre un Maestro, e un Amico…
    Grazie…

  3. ROBERTO RONCON MI HA SCRITTO

    Sono molto felice di averlo già letto, o è più appropriato “divorato”, e di essermi trovato in alcune storie o meglio di aver provato delle emozioni di cui forse troppo frettolosamente mi ero sbarazzato, senza tener conto che hanno fatto parte del mio processo di crescita. E che quindi vanno preservate e non accantonate!
    La Paura su tutte…
    Grazie per il tuo impegno!

  4. ANITA MI HA SCRITTO

    Buongiorno sig. Renato,

    mi permetto chiamarlo in questo modo, mi sento amica. Ho terminato di leggere il suo bellissimo libro “Tantumanitè” e mi sono anche commossa per cui le scrivo.
    Ho partecipato alla presentazione del succitato libro presso la Biblioteca Comunale di None, di cui sono anche volontaria, vorrei contribuire in modo economico non potendo diversamente., alla realizzazione di qualche opera necessaria nei paesi ove voi agite.

    Ho conosciuto Don Sergio Messina quando era cappellano presso l’Amedeo di Savoia, la domenica partecipavo alla messa anche se abitavo a 20 km. di distanza, ho partecipato anche alle sue riunioni sulla buona morte e l’ho sempre apprezzato e ammirato come grande sacerdote un poco fuori dalle righe e perciò vicino ai miei pensieri.
    Mi mancano i suoi appuntamenti, ora non sono più in grado di guidare in quanto ho subito tre interventi in tre anni e cammino con stampella.

    Alla presentazione ho assistito molto volentieri, ammirata e un poco gelosa per quanto fate nei paesi poveri

    Provvederò al versamento di una piccola somma tramite vostri canali.

    Quando troverò un passaggio e la mia salute lo permetterà verrò anche a mangiare presso il suo ristorante in Torino (ho vissuto 30 anni a Torino e mi manca)

    Grazie per quanto avete fatto e farete, riceva un cordiale saluto. Anita

  5. DOMENICO RUSSELLO MI HA SCRITTO

    Carissimo Renato,
    Ti confesso che mi viene praticamente impossibile darti del “Lei”, anche se non ci conosciamo. Ma sto leggendo “Tantumanitè” e, comprenderai, la tua disarmante e pura semplicità mi vieta ogni sorta di formalità.
    Mi chiamo Domenico, ho 26 anni e sono un giornalista di Gela, collaboro con “La Sicilia”. Sarò io, naturalmente con te e la prof. Lina Orlando, a presentare il libro tra qualche giorno qui in città.
    Ho cominciato a leggerlo con quel velato distacco con cui si deve leggere un libro per motivi professionali, ma già dopo le prime pagine mi sono lasciato conquistare non solo dai temi dei tuoi racconti, ma soprattutto da quel continuo lasciarsi sorprendere e incantare dalla Semplicità, che tu proponi nella sua forma più autentica. Ti confido una cosa: cerco di inseguirla anche io, così come si insegue un grande sogno…
    Non ti aggiungo altro. Avremo il piacere di incontrarci e chiacchierare un po’ (ti anticipo solo altre due piccole cose: amo Torino e la buona, anzi l’ottima cucina…).
    Un caro saluto e a presto, dunque.

  6. EMANUELA MI HA SCRITTO

    Ciao Renato,
    forse sei già partito per l’Etiopia e forse no, ma volevo dirti che, complice anche il tempo inclemente che mi ha mandato all’aria le camminate che avevo intenzione di fare, ho finalmente potuto leggere il tuo libro (e questo, visto che me lo hai proprio dedicato, non potevo certo regalarlo seguendo l’impulso del momento!)
    Prima di tutto devo dirti che mi è piaciuto molto, forse te l’ho già detto altre volte che sei un affabulatore nato, ma quasi ogni capitolo ha risvegliato in me qualche assonanza….chissà, forse incide anche il fatto che entrambi siamo “immigrati” con le radici un pò per aria, più che profondamente radicate nel terreno.
    Ho scoperto anche che ormai sono un pò di anni che ci “frequentiamo”…non avevo fatto mente locale, forse è stato fin dalla prima cena di beneficenza organizzata per Don Sergio, me ne sono comunque accorta leggendo il racconto dei due Vecchi Professori di Concertino.
    Non ho conosciuto loro, ma i Gente de Ma’ che avevi invitato a Torino per festeggiare un qualche anniversario della Mezzaluna.
    Se penso alla reazione immediata che ho avuto quando li ho visti entrare in sala (oh mioddio, stasera si andrà avanti a zumpapazum) ed alla più che piacevole sorpresa delle loro esibizioni che ci hanno visto dopo un pò (neanche tanto a dire il vero) sbracare e cantare e battere il tempo…bè direi che se non sono proprio come i Rizzo, sono sulla buona strada.
    Poi, proprio come tua madre, mi stupisco dell’inesauribile riserva dei tuoi ricordi…ma come fai? questa capacità te la invidio proprio.
    Sai che il Rondò della forca è stato per anni un punto di passaggio obbligato anche per me? ora ringrazio il cielo che solo di tanto in tanto mi tocca ripassare in macchina da quell’incubo. Per inciso, un paio di settimane fa sono andata al Museo Cesare Lombroso e lì esposta c’è la forca che stazionava al Rondò. Al vederla ora, due pali verticali ed uno orizzontale appoggiati ad una parete, sembrerebbe non avere nemmeno un’aria così minacciosa, ma svettante all’aria aperta in quel contesto già “fuori mura”…
    Belli i tuoi schizzi di personaggi, ma soprattutto i contesti in cui li collochi, che hanno sempre qualcosa di contemplativo…d’altra parte sarebbe difficile riuscire ad incontrare davvero qualcuno se non mettendosi nella disposizione di ricevere.
    Il “figlio bastardo” mi ha ricordato un bel libro letto non molto tempo fa “La Venturina” di Maria Tarditi, forse lo conosci già, e se no te lo consiglio.
    Il tuo viaggio a Roma cartolina (per fortuna non solo quello) mi ha ricordato che quando con Jo giravamo il mondo perchè responsabili nazionali dell’Equipe Notre Dame (un movimento di spiritualità coniugale) non appena gli “esteri” ci scoprivano italiani (bè con Jo si fa per dire) subito nominavano e decantavano Roma.
    Ora, senza nulla togliere alla città eterna, confesso che la cosa mi faceva anche venire un pò di nervoso, come se tutta l’Italia potesse essere contratta e racchiusa in una sola città.
    Per contro, ma anche per convinzione, continuavo a dire che però anche Torino….fino a che una coppia di portoghesi miei amici, al termine di una riunione, mi ha comunicato che li avevo talmente incuriositi che non potevano non fermarsi qualche giorno a Torino.
    Ricordo che era un gennaio piuttosto brumoso e gelido, li ho ospitati tre giorni a casa mia, tre giorni durante i quali li ho fatti scarpinare su e giù, in modo che avessero il tempo di notare ed assorbire la quieta eleganza della vecchia signora e sai qual è stato il loro commento finale?
    “Sì Roma è davvero bellissima, ma ti incombe addosso e dopo un pò ti soffoca, Torino invece è una città da scoprire, di una bellezza elegante e discreta che ti lascia respirare…” non male vero?
    Non sono stata in moltissimi posti nella mia vita, e quando mi è capitato è stato quasi sempre per “servizio” (il che voleva dire essere chiusi in qualche luogo per lo più isolato in modo che non ci venissero tentazioni di evasione dai lavori che incombevano) o per motivi familiari.
    Non ho una vocazione al martirio e nemmeno una predilezione per le scomodità, ma quando mi trovo in contesti poveri o disagiati mi viene abbastanza naturale calarmi nei panni di chi ci vive e cercare di uniformarmi. Penso infatti che il peso più difficile da sopportare sia la disuguaglianza, più che la carenza condivisa di qualcosa.
    E’ per questo che molte volte mi sono vergognata di essere italiana/occidentale, per l’atteggiamento spocchioso/sufficiente/maleducato con cui molti pensano di approcciare “i bisognosi”, credendo di avere tutto da dare e nulla da ricevere, quindi capisco il tuo disagio con alcuni volontari e missionari.
    E per concludere questa lunga chiacchierata, peraltro non richiesta ma mi è venuta così, ti riporto qui sotto un brano che parla di immigrati e che trovo bellissimo….se già lo conosci porta pazienza.
    Prima ti auguro, più che buon viaggio, buon cammino…il viaggio può essere molto rapido e talora non lasciarti nemmeno il tempo di assaporare il momento presente, il cammino, anche se si usa l’aereo, ha sempre la dimensione del qui ed ora.
    Un abbraccio.
    Emanuela

    Racconto di Alessandro Ghebreigziabiher
    IL FUTURO DEI MIEI
    Su una nave. In mare. Da qualche parte.
    «Zio Amadou?».
    «Sì»
    «Zio?».
    «Sì?».
    «Mi senti?».
    «Sì che ti sento!».
    «Ma non mi guardi…».
    L¹uomo si volta ed accontenta il nipote. «Stai tranquillo», gli dice inarcando il sopracciglio sinistro, «le mie orecchie funzionano bene anche senza l¹aiuto degli occhi!». E si volta a studiare le onde.
    Il ragazzino, poco più di sei anni, lo osserva dubbioso, tuttavia si fida e riattacca: «Zi Tu conosci bene l¹italiano?».
    «Certo, laggiù ci sono già stato due volte».
    «Conosci proprio tutte le parole?».
    «Sicuro, Ousmane».
    Il nipote si guarda in giro, come se avesse timore di essere udito da altri, e arriva al sodo: «Cosa vuol dire extracomunitario?».
    L¹uomo, alto e magro, ha trent¹anni, ma la barba grigia gliene aggiunge almeno una decina. Non appena coglie l¹ultima parola del bambino, si gira di scatto e fissa i propri occhi nei suoi. Trascorre un breve istante che tra i due sa di eternità, possibile solo in un viaggio in cui è in gioco la vita.
    «Extracomunitario, dici?», ripete abbozzando un sorriso sincero, «extracomunitario è una bellissima parola. I comunitari sono quelli che vivono tutti in una stessa comunità, come gli italiani, e l¹extracomunitario è colui che ne entra a farne parte arrivando da lontano. Non appena i comunitari lo vedono capiscono subito che ha qualcosa che loro non hanno, qualcosa che non hanno mai visto, un extra, cioè qualcosa in più. Ecco, un extracomunitario è qualcuno che viene da lontano a portare qualcosa in più».
    «E questo qualcosa in più è una cosa bella?».
    «Certamente!», esclama Amadou accalorato, «tu ed io, una volta giunti in Italia, diventeremo extracomunitari. Io lo sono così così, ma tu sei di sicuro una cosa bella, bellissima».
    L¹uomo riprende a far correre lo sguardo sulla superficie dell¹acqua, quando Ousmane lo informa che l¹interrogatorio non è ancora terminato: «Zio, cosa vuol dire immigrato?».
    Lo zio stavolta sembra più preparato e risponde immediatamente: «Immigrato è una parola ancora più bella di extracomunitario. Devi sapere che quando noi extra comunitari arriveremo in Italia e inizieremo a vivere lì, diventeremo degli immigrati».
    «Anche io?».
    «Sì, anche tu. Un bambino immigrato. E siccome sei anche un extracomunitario, cioè uno che porta alla comunità qualcosa in più di bello, tutti gli italiani con cui faremo amicizia ci diranno grazie, cioè ci saranno grati. Da cui, immi-grati. Chiaro?».
    «Chiaro, zio. Prima extracomunitari e poi immigrati».
    «Bravo», approva Amadou e ritorna soddisfatto ad ammirare il mare che abbraccia la nave.
    Ciò nonostante, non ha il tempo di lasciarsi rapire nuovamente dai flutti che il bambino richiama ancora la sua attenzione: «Zio».
    «Sì?», fa l¹uomo voltandosi per l¹ennesima volta.
    «E cosa vuol dire clandestino?».
    Questa volta Amadou compie un enorme sforzo per sorridere, tuttavia riesce nell¹impresa: «Clandestino Sai, questa è la parola più importante. Noi extracomunitari, prima di diventare immigrati, siamo dei clandestini. I comunitari, come quasi tutti gli italiani che incontrerai di passaggio, molto probabilmente ancora non lo sanno che tu hai qualcosa in più di bello e qualcuno di loro potrà al contrario insinuare che sia qualcosa di brutto. Tu non devi credere a queste persone, mai. Promettilo!».
    Il tono dell¹uomo diviene all¹improvviso aggressivo, malgrado Amadou non se ne accorga.
    «Lo prometto!» si affretta a rispondere il bambino, sebbene non sia affatto spaventato.
    «Per quante persone possano negarlo», prosegue lo zio, «tu sei qualcosa in più di bello e questo a prescindere se tu diventi un immigrato o meno, a prescindere da quel che pensano gli altri. E lo sai perché?».
    «Perché?».
    «Perché tu sei un clandestino. Tu sei il destino del tuo clan, cioè della tua famiglia. Tu sei il futuro dei tuoi cari».
    L¹uomo riprende ad osservare il mare. Ousmane finalmente smette di fissare lo zio e si volta anch¹egli verso le onde.
    Mi correggo, il suo sguardo le sovrasta e punta oltre, all¹orizzonte. «Sono il futuro dei miei», pensa il bambino. Le parole si mescolano ad orgoglio e commozione, gioia e fierezza.

    E chi può essere così ingenuo da pensare di poterlo fermare?

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