VIAGGIO IN ETIOPIA

Trovando l’acqua. . . . e un po’ di noi stessi

Gennaio 2011

Il nostro progetto di solidarietà, nato e cresciuto attraverso le cene organizzate nel nostro ristorante , ha raggiunto il suo felice compimento nella realizzazione di un pozzo d’acqua in Etiopia. Mia moglie Daniela ed io, insieme ad altri volontari dell’Associazione VOL’A, abbiamo avuto la gioia di andare sul luogo per inaugurarlo insieme ad altri sette pozzi.
Etiopia-2Siamo stati invitati da don Sergio Messina, fondatore di VOL’A, che si appoggia per questo progetto all’associazione Butterfly di Claudio Maneri , da diversi anni impegnato alla realizzazione di opere (pozzi, scuole, asili ecc.) in Etiopia. Sul territorio, invece, siamo stati affiancati dalla supervisione e gestione logistica del VIS ( l’organizzazione non governativa dei salesiani) e dal Segretariato cattolico della Diocesi della regione del Tigray, nel nord dell’Etiopia, i quali fanno riferimento alle indicazioni date dal governo in base alle priorità individuate.
Ritengo importante descrivere questo breve preambolo introduttivo, perché raramente capita di essere a conoscenza della filiera completa di un progetto, meno che mai per quelli di solidarietà, sviluppati a migliaia di chilometri di distanza. Infatti le polemiche, le diffidenze, le precauzioni che emergono sempre, a volte anche pretestuose, ce lo dimostrano continuamente, rimanendo il dubbio che gran parte delle donazioni non arrivino neanche a destinazione.
Un’ulteriore precisazione riguarda il coinvolgimento delle organizzazioni cattoliche, che non si rivolgono assolutamente a soddisfare i bisogni dei propri adepti (i cattolici rappresentano solo lo 0,8% della popolazione, circa il 40% sono cristiani copti e il 40% musulmani, il resto animisti e protestanti) e tantomeno a evangelizzazioni forzate di stampo colonialista ottocentesco. La convivenza tra etnie e identità religiose è ben radicata e armonizzata senza tensioni, anzi non mancano occasioni di reciproca collaborazione.
Detto questo, possiamo cominciare a raccontare di questo viaggio che ci ha portato a vivere una serie di esperienze di una tale forza emotiva, che ci vorrà un po’ di tempo per metabolizzarle e capire quanto segno lascino in profondità.
Premetto che non è mia intenzione fare una cronaca dettagliata del viaggio, quanto cercare di esprimere le mie impressioni e le riflessioni che ne sono scaturite.
Ma partiamo dalla prima, la più immediata, forse la più banale ma mai scontata: l’esistenza dell’Altro, del diverso da te, che vive in condizioni completamente opposte alle tue, con altri usi, costumi, tempi, ecc.
E’ vero, questo succede durante qualunque viaggio, anche all’interno della nostra stessa Italia, ma qui tutto è più forte, più estremo e anche i più riottosi non possono che esserne inondati. Uscendo dalla città di Addis Abeba, per andare nei villaggi dove avremmo inaugurato i pozzi, non c’è più modo di fare paragoni con la nostra vita, anche se qualcuno di noi ci prova ancora, ma tutto è talmente radicale che non si può fare altro che accettarne le condizioni e fare lo sforzo di guardare con i loro occhi.
Etiopia-3I villaggi sono dislocati ovunque sull’altopiano e difficilmente raggiungibili; formati da piccoli gruppi di capanne costruite con fango e paglia, oppure con pietre, ospitano comunità di circa 500 persone. Non hanno luce, ma soprattutto non hanno l’acqua, o meglio ne hanno pochissima da andare a recuperare a chilometri di distanza. La minima attività agricola e di allevamento è solo per il sostentamento familiare, e tutti i componenti della famiglia, ma in particolare le donne, sono impegnati in queste attività, compresi i bambini dai 6-7 anni. Quando c’è la possibilità di una scuola sufficientemente vicina, anche 2-3 ore di cammino, i bambini la frequentano con disciplina e interesse – tutti in divisa, anche se molte sono particolarmente sgualcite se non stracciate. Gli uomini hanno compiti di relazione e decisioni per le attività del villaggio e per la convivenza.
Quando, dopo ore di viaggio sulle jeep, arriviamo in un villaggio per l’inaugurazione del pozzo, è già tutto pronto – chissà da quante ore ci aspettano. Gli uomini e i ragazzi ci vengono incontro danzando e cantando a ritmo di tamburi, tenendo in mano rami di albero, bandiere o arnesi da lavoro; le donne ci avvicinano emettendo un suono con il movimento della lingua e tirandoci addosso dei pop-corn che fanno loro con le rare pannocchie di grano turco che coltivano nell’orto – considerandolo un alimento eccezionale, da festa, lo usano per renderci onore e ospitalità. I bambini si avvicinano, prima timidamente e poi, dopo le prime caramelle che diamo, sempre più energicamente con scambi di battute, fotografie e sorrisi che non finirebbero mai. Intanto gli organizzatori, Claudio e i tecnici del VIS, approntano i particolari della cerimonia. All’interno del recinto, dove il pozzo è pronto per la prima pompata, vengono invitate per prime le donne con le taniche gialle, poi entrano i sostenitori del progetto – nel nostro caso io e mia moglie Daniela – che cominciano a pompare per fare arrivare l’acqua. Dopo diverse pompate si comincia a vedere sgorgare fluente l’acqua. Le donne riempiono le taniche, i bambini bevono direttamente dal tubo aiutandosi con le mani: tutti esultano tra canti, balli e inni di gioia. E anche il nostro cuore pompa forte.
Dopo questa breve cerimonia, sempre danzando, veniamo accompagnati in una tenda, dove ci viene servito da mangiare ogni bene che con i loro poveri mezzi riescono a preparare. Infine ci sono i discorsi ufficiali. Ognuno fa la sua parte: i sostenitori, gli organizzatori, i coordinatori, ma soprattutto il capo del villaggio, che, con un carisma da fare invidia ai più qualificati leader occidentali formati nelle migliori università, ci ringrazia con passione e ci spiega quanto bene riesca a generare la presenza del pozzo, ricordandoci che ci sono altri villaggi nelle vicinanze che hanno le loro stesse necessità e, se ci sarà possibile, di pensare anche a loro. Dopo la fine di questa calda ed emozionante cerimonia, veniamo accompagnati verso le nostre jeep, sempre ovviamente cantando e ballando.
Etiopia-4Sulla Jeep, in viaggio per un’altra destinazione, non riesco più ad aprir bocca con miei compagni, l’emozione è stata forte. Ho un nodo in gola e mille pensieri affollano la mia mente. Il paesaggio stesso che mi circonda non fa altro che rendere tutto più inteso. Cerco di metabolizzare ciò che ho appena vissuto, fino al momento in cui ritrovo una serenità piena, appagante. Mi godo il silenzio e il paesaggio, senza pensare più a nulla.
I giorni a seguire saranno altri viaggi su strade che non ci sono, inaugurazioni di pozzi con feste, canti e balli. Sempre la stessa modalità ma ogni volta un’esperienza diversa. Diversi sono i luoghi e le circostanze, ma soprattutto diverse sono le persone che rendono unica ogni inaugurazione.
Durante tutti questi momenti ho osservato, annusato, toccato, ascoltato, assaporato. Ognuno dei miei sensi è stato abbondantemente pervaso. Cercando poi di mettere ordine a questo caravanserraglio che ha fatto tappa nella mia vita, ho cercato di far ripartire la carovana dei miei pensieri, accompagnandoli verso casa, rivestiti dei nostri panni. In modo tale che io li possa indossare e farli anche provare ad altri.
Ed ecco cosa ne è venuto fuori.
Il primo: l’autenticità. Ogni parola, sguardo, gesto, esprime verità. Non ci sono i nostri doppi sensi, le false aspettative, il ritorno utilitaristico, il sentirsi giudicati o non accettati. Tutto è immediato, semplice, diretto. Un grazie è un grazie, non un ansioso “ a buon rendere” – se mi ha dato questo, chissà cosa gli devo dare io; se mi ha salutato, chissà cosa vuole; cosa voleva dire con quella frase… Tutto materiale per le nostre paranoie.
Il secondo: l’identità. Chi siamo, chi è il capo del villaggio, che ruolo hanno le donne, quale gli uomini, a chi fanno riferimento i bambini, che relazione abbiamo con il Creato e il Creatore. Qui andiamo nel difficile. Secondo la nostra mentalità, possiamo giustamente dire ognuno la nostra, e tutte le teorie sono accettabili. Sta di fatto che una delle nostre maggiori ansie è quella di non saperci mai collocare, ci sentiamo sempre fuori posto e cerchiamo di posizionarci in base alle aspettative degli altri.
Il terzo: la comunità. Nel villaggio, gli anziani decidono per il bene comune e tutti si adeguano. Si lavora insieme e si festeggia insieme. La stessa attività agricola è ciclica: cioè, quando una famiglia ha finito di raccogliere il suo, aiuta l’altra e così via. Non voglio andare sul politico e tanto meno sul nostalgico, ma come sono messe oggi le nostre comunità, a cominciare dalla famiglia? Ci sentiamo proprio così bene, sicuri, protetti? O dobbiamo continuamente rivendicare dei diritti che solo la politica e la buona amministrazione ci dovrebbe dare, ma che non sono mai sufficienti a soddisfare e colmare i nostri vuoti. Così siamo perennemente incazzati, senza sapere neanche con chi prendercela, affidandoci poi a taluni personaggi che per affermazione personale soffiano sul fuoco e fanno la parte del megafono per amplificare le lamentele, oppure per screditare l’uno o l’altro allo scopo di trovare un nemico comune per sentirsi più forti, finendo per cullarsi sul leit- motiv del momento: “ Siamo senza speranza, i giovani non hanno futuro”.
Il quarto: il tempo. Ho toccato con mano che il tempo passa attraverso una percezione soggettiva. Spesso sentivo i commenti tra i miei compagni di viaggio su quanto tempo impiegavano gli indigeni rispetto a noi nelle loro attività. Ma poi, perché sempre tutto lo valutiamo rispetto a noi, quando nel globo sono più quelli che vivono come loro, piuttosto che come noi? Per noi il tempo è diventato solo mancanza, manca per tutto. Siamo perennemente in affanno, anche nel tempo libero, per fare le cose che ci dovrebbero piacere. Il problema è che ci poniamo continuamente mille traguardi da conseguire e corriamo con il fiatone per raggiungerne cento, vivendo sempre in colpa per non aver realizzato gli altri novecento.
Ora, per tirare una mia conclusione, senza scadere nella retorica dei luoghi comuni del tipo: “ Si stava meglio quando si stava peggio” oppure “Guarda gli africani: non hanno nulla, sono poverissimi ma sorridono sempre”- intanto sorridono sempre veramente e questo è un dato di fatto, se lo fai qui ti prendono per scemo oppure per uno che ti vuole prendere in giro, o semplicemente hai una paresi che provoca una smorfia perenne sul viso.
Non voglio neanche screditare la nostra civiltà ricca di storia millenaria, sono perfettamente consapevole che indietro non si torna e che il presente è sempre meglio del passato, anche se non bisogna perderne la memoria, e sono altrettanto convinto che il nostro impegno vada orientato ad un futuro sempre migliore.
Etiopia-1Ma oggi abbiamo una grande fortuna e opportunità: quella di poter tornare indietro perché lo vogliamo, lo possiamo decidere noi. Il bene materiale, chi più chi meno, l’abbiamo raggiunto tutti. Possiamo scegliere di toglierci tutto quello che è in più perché ha l’effetto delle zavorre che ci tengono senza respiro in profondità, mentre noi abbiamo bisogno di emergere per respirare e rivitalizzare la nostra umanità. Dobbiamo impegnarci, anche se ci costa fatica, a dire no a tutto ciò che ci condiziona per ritrovare quello che, per la fretta e la pigrizia, abbiamo lasciato per strada, a partire dalla Relazione, da cui non si può e non si deve mai prescindere: prima viene la persona. Sempre.
Anche per quanto riguarda le attività di solidarietà, non possono essere dei semplici spostamenti di denaro fatti per più e disparati motivi. La solidarietà va costruita, condivisa, vissuta. Bisogna passarla di mano in mano, guardandosi negli occhi, altrimenti è elemosina che crea sudditanza, invidia e poi rabbia, che scatena le guerre.
Noi abbiamo avuto la fortuna di provare quest’esperienza, andando ad inaugurare i pozzi in Etiopia, e abbiamo portato a casa più di quanto abbiamo dato, senza essere in credito con nessuno. Anzi.
E dire che non ci volevo andare in Africa, perché mi sembrava un’opportunità per “fare il pieno” di facili emozioni per sentirmi più buono. . .e sopportare la fatica del nostro vivere “emancipato”.

 

Renato Collodoro

 

Per chi vuole approfondire sui progetti di solidarietà:
Associazione VOL’A onlus www.accoglienza.it
Fondazione Butterfly onlus www.butterflyonlus.org
VIS Volontariato Internazionale per lo Sviluppo www.volint.it